Mare da Premier

Una nazionale con un tecnico perennemente sulla graticola. Un governo che prende misure draconiane per combattere la violenza negli stadi. Un campionato che stenta ad appassionare. Un pubblico che preferisce guardare il calcio in tv anziché andare alla partita. No, non stiamo parlando dell’Italia. Forse è vero che tutto il mondo è paese: quanto descritto è avvenuto, strano ma vero, a Mauritius nell’ultimo decennio. Ovvero su di una splendida isola nel bel mezzo dell’Oceano Indiano. Famosa soprattutto, se non esclusivamente, per il sole, le stupende spiagge e l’acqua cristallina del suo mare.
Spieghiamo meglio. Al di fuori dagli eccellenti alberghi che punteggiano e circondano l’intero perimetro della costa abita una popolazione che vive un’esistenza decisamente più agiata rispetto al resto dell’Africa e, quello che è sorprendente, ama il calcio in maniera viscerale. Quello inglese, però. Grazie alle parabole, diffusissime, migliaia di mauriziani si collegano quasi quotidianamente con la sudafricana SuperSports per assistere ad un’interminabile serie di partite di Premier League, la maggior parte delle quali trasmesse in diretta. Tanto da far sembrare assolutamente normale imbattersi in persone che discutono del pessimo momento del Tottenham o dell’ultima grande prova del Liverpool, la squadra con il maggior numero di supporter a giudicare dall’enorme diffusione di maglie indossate. E se a questo aggiungiamo il piacere delle scommesse, con le agenzie Tote-Le-Pepe (il “toto del popolo”) affollate da giocatori che cercano l’ispirazione scrutando tra le classifiche dei tornei calcistici britannici (fino alla 3rd division scozzese!) pubblicate con grande risalto sui quotidiani locali, non ci si stupisce se tutto ciò provoca un effetto domino sul campionato locale, decisamente meno seguito.
Il pubblico non frequenta i campi di Port-Louis o Curepipe come in passato anche perché le dodici squadre della prima divisione locale (non a caso, “Premier league”) non riescono più ad entusiasmare come un tempo. Ma non è solo una questione legata alla qualità del gioco o alla “concorrenza” satellitare di Chelsea-Manchester United. In realtà alla disaffezione ha contribuito un provvedimento governativo che, per quanto necessario, ha indubbiamente annacquato se non cancellato il fattore principalmente aggregante che solitamente alimenta l’attaccamento ai club negli sport di squadra: ovvero il “rappresentare” una comunità. E se nel mondo solitamente avviene sulla base dell’identificazione con un territorio, a Mauritius il “campanile” è stato molto più che una metafora. Fino al 2000 ogni club nasceva e affiliava giocatori su base etnica, dunque religiosa. In un’isola abitata da un milione e trecentomila abitanti in cui, vale ricordarlo, gli eventuali conflitti sociali sono anche anestetizzati dal benessere discretamente diffuso, le varie comunità (su tutte quelle indiana/hindu, creola/cattolica, musulmana, a parte le più defilate e minoritarie cinese e franco-mauriziana) riversano rivalità e rancori reciproci nello sport, proprio come avviene in ogni parte del pianeta. E il calcio, come talvolta avviene, nove anni fa ha fatto da detonatore. Così, in un crescendo, nel maggio del 1999 un’esplosione di violenza inaudita dopo una partita decisiva per l’assegnazione del titolo tra il Fire Brigade, club creolo/cattolico, e lo Scouts Club, musulmano, ha avuto esiti drammatici. Un rigore contestato, qualche parola di troppo e a Mauritius è stato un inferno per tre giorni. Letteralmente. Devastazioni, una mezza dozzina di morti tra cui una donna e una bambina figlia del proprietario di una sala da gioco data alle fiamme. Da qui lo stop – per decreto – ad ogni competizione sul suolo dell’isola, incluso il “Club M”, come viene soprannominata la nazionale mauriziana, costretto dalla stessa Federazione ad emigrare a La Reunion per le proprie gare interne di Coppa d’Africa.
Per consentire la ripresa dell’attività la soluzione presa dal governo dopo un anno è stata quella di rifondare i club, cancellando i nomi e la loro origine religiosa e ristrutturarli su base regionale mescolando così le varie etnie. Così oggi abbiamo il Pamplemousse anziché i “Vigili del Fuoco”, il Port-Louis SC anziché gli Scouts e via di seguito, in un torneo che da un paio di stagioni vede come dominatore assoluto il Curapipe Starlight, formazione che gioca i suoi incontri nel confortevole stadio “George V”, il cui nome ricorda l’appartenenza dell’isola alla corona inglese prima dell’indipendenza ottenuta nel 1968. Nello stesso impianto, alternandone l’utilizzo con il più grande “Anjalay” di Belle-Vue, (18mila posti) spesso sede dei concerti delle star di Bollywood, gioca la nazionale, compagine rosso vestita attualmente alla ricerca di una stabilità soprattutto tecnica.
Dopo la debacle ai “Giochi delle isole dell’Oceano Indiano” del 2007 si era dimesso il CT Sarjoo Gowreesunkur. Il suo sostituto, Ashok Chundunsing, è stato licenziato nel settembre scorso dopo dodici mesi sulla panchina del Club M, nel frattempo scivolato al 171° posto della classifica FIFA dopo una serie di 10 sconfitte (più due pareggi) in dodici gare, tra cui un umiliante 7-0 dai “rivali” delle Seychelles. Il suo momentaneo successore, il 48enne Benjamin Théodore, tecnico dell’AS Vascoas-Phoenix e già difensore della nazionale, pur onorato del ruolo ha resistito solo una gara, lasciando vacante il posto dopo la sconfitta per 5-0 patita contro il Camerun di Eto’o a metà ottobre. Ora si parla anche della concreta possibilità di assumere un tecnico straniero: l’identikit sarebbe quello di un CT con esperienza in grado di imprimere una svolta ma soprattutto insegnare. Scartata la suggestiva ipotesi dell’ex milanista Vikash Dhorasoo, francese di origine mauriziana, la Federazione sta valutando il da farsi, tenendo presente che le risorse economiche comunque non sono infinite.
Tanto per dare un misura delle differenze tra Europa e Africa, alla trasferta di Yaoundé, raggiunta dopo una doppia toccata in aereo via Mahé e Nairobi, hanno partecipato 22 persone: diciotto giocatori da mettere a referto guidati dal capitano dello Starlight Jean-Pierre Cervaux e il compagno Wesley Marquette, capocannoniere del team con due gol nelle qualificazioni, e quattro persone di staff: l’allenatore, il team manager André Kwo, il capo delegazione Samuel Komty più il medico. C’est tout, come direbbe Jacques-Désiré Périatambée, giocatore attualmente più rappresentativo per il fatto di militare nel Niort, in terza divisione francese, rispetto a Regaven e Lourdes, anch’essi in Francia ma in formazioni regionali, nonché Cundasamy, Godon, Nabot e Perle, “espatriati” in squadre del campionato de La Reunion. La Federazione però pare determinata a voltar pagina e l’obiettivo più imminente ora è quello di costruire una squadra che possa presentarsi al meglio agli “Indian Ocean Islands Games”, competizione decisamente più alla portata rispetto alla Coppa continentale. La strada non è semplice ma a Mauritius la passione certamente non manca. Come il sole e le spiagge.

Paolo Sacchi, da Mauritius
p-sacchi@hotmail.it
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