Il calcio del ventesimo arrondissment

I fischi alla Marsigliese durante Francia-Tunisia di martedì allo Stade de France, da parte di francesi di origine tunisina, non sono una novità anche se questa volta, da Sarkozy in giù, hanno generato almeno qualche reazione. Come intensità erano simili a quelli degli italiani di origine italiana a San Siro durante la partita di qualificazione ad Euro 2008, ma dietro c’è molto di più e molto di peggio. Facili le conclusioni, facile anche il collegamento con un film che stranamente ci ha lasciato dentro qualcosa. Va detto che per chi come noi vive una vita derivata, attraverso le vite degli altri, sono più numerose le recensioni intraviste rispetto ai film che realmente si guardano al cinema. Su ‘Entre les murs’ di Laurent Cantet, Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, abbiamo letto di tutto tranne che dell’importanza del calcio in un’opera che ad un primo livello può sembrare la solita sbobba sull’integrazione e le periferie difficili. Invece è possibile parlare di identità nazionale e/o etnica senza scadere nel razzismo o nell’autorazzismo da senso di colpa, quindi senza tagliare i personaggi con l’accetta. In estrema sintesi la trama: Francois Marin (interpretato da Francois Begaudeau, autore del romanzo che ha ispirato la pellicola), professore di lettere in una scuola media del ventesimo arrondissment di Parigi, si trova a dover fronteggiare una classe a dir poco difficile: un po’ per le condizioni sociali dei ragazzi e molto per la loro crisi di identità da figli di immigrati, che detestano la Francia e mitizzano un’Africa che non hanno mai visto. Fine del mereghettismo della mutua, veniamo a noi: in diverse scene con il pretesto della Coppa d’Africa i ragazzi della classe si scambiano battute e trovano quasi un terreno comune di interazione con il professore. Citazioni d’obbligo per Zidane, mito del ragazzo di origine cabila (che un po’ gli assomiglia, anche) e Materazzi, ormai burattini mediatici dello scontro di civiltà, ma soprattutto esaltazione per le nazionali africane: Marocco, Mali, Algeria, come seconda opzione per quasi tutti la Costa d’Avorio perché Drogba è uno che ce l’ha fatta (però secondo le regole francesi, inglesi, o occidentali che dir si voglia). Solo uno dei ragazzi neri, chiamato alla lavagna a parlare di sè, dice di tifare per la Francia e per questo viene sbeffeggiato dagli altri di origine africana (quasi tutti, almeno in quella zona). Facile pensare alla parata post Mondiale 1998, inno alla società multietnica, ma soprattutto a quel Francia-Algeria di tre anni dopo che in Francia è quasi un argomento tabù.
Ottobre 2001, Stade de France: sono passate poche settimane dall’attentato delle Torri Gemelle e per l’amichevole fra la squadra di Lemerre e quella africana ci si aspetta il peggio, da parte delle banlieu in trasferta (si fa per dire, perché anche la zona di Saint Denis fa paura). Fischi alla Marsigliese, cori pro Al Qaeda e cose del genere, infine accade qualcosa di ancora peggiore. Al 33′ del secondo tempo la Francia sta vincendo quattro a uno, quando qualcuno entra in campo. Non l’emiro che Bossis si ricorderà tutta la vita, ma un ragazzo franco-algerino che sventola la bandiera dell’Algeria: lo inseguono addetti alla sicurezza in ordine sparso, e subito dopo entrano in campo centinaia di altri franco-algerini. Confusione generale, inutile appello all’altoparlante letto dal ministro dello sport, ed il premier Jospin imbambolato in tribuna a firmare il suo suicidio politico. Zidane non canta l’inno francese, Zidane non esulta ai gol francesi, Zidane ha la faccia di uno che vorrebbe essere dappertutto tranne che in campo in quella presunta partita dell’amicizia. Come rappresentazione dell’anima di un popolo, o almeno di un gruppo di persone, il calcio rimane insuperabile. Poi c’è chi dice che sia uno sport, quando non addirittura uno spettacolo. I fischi marocchini dell’anno scorso e quelli tunisini adesso aiutano a rimetterlo in prospettiva.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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