Più di figurina e meno di guru

Meglio avere la fama dell’intelligente che quella dello stupido, nessun dubbio. Però non esiste essere umano che possa dire sempre cose intelligenti, tanto meno con la mediazione di un libro. Sono ormai più di trent’anni, da quando uscì il suo ‘Calci e sputi e colpi di testa’, che Paolo Sollier è costretto a recitare la parte di quello fuori dal coro, del calciatore con il cervello, del santino per chi ama contrapporre i bei calciatori proletari, almeno come origini, di una volta a quelli piccolo borghesi di oggi. All’epoca, era il 1976, il libro di Sollier ebbe una grande importanza non solo per la famosissima copertina ma perché per la prima volta in un linguaggio comprensibile venivano descritte le reali dinamiche interne di una squadra e soprattutto quello che girava intorno al pianeta calcio. Tutte cose nascoste dalla stampa dei tempi, non tanto per malafede quanto per differente impostazione rispetto ad oggi: nello stesso quotidiano sportivo c’erano il giornalismo ipertecnico per l’appassionato, quello trombonistico-retorico per il tifoso, quello cronachistico (il giornale ancora doveva ‘dare’ le notizie’) per tutti. Poche interviste, zero gossip, pochissimi approfondimenti sul personaggio, per non parlare dei mille giochini e dei collateral: purtroppo abbiamo l’età per ricordare e senza nostalgia (gli anni Settanta erano tristissimi ed anche da lontano lo sono rimasti) bisogna dire che era un giornalismo di livello più alto, fortemente gerarchizzato, con barriere all’entrata notevoli, dove le prime punte scrivevano i pezzi importanti e gli scarsi si dedicavano ai tabellini per tutta la vita. In molti casi l’opinionista era un supertecnico, almeno così si considerava, con velleità di campo, nel senso che la sua massima aspirazione era diventare consigliere della dirigenza o dell’allenatore: non a caso, lo dicono le statistiche, pur con una televisione a due canali nazionali quei quotidiani erano meno letti di quelli illeggibili (ma per altri motivi) del 2008. Era in ogni caso un giornalismo spesso omertoso, come quello di oggi, che nemmeno con la chiave del ‘colore’ riusciva a descrivere l’ambiente sportivo al di là del fatto agonistico. Il libro di Sollier, discreto centrocampista di una squadra in ascesa come quel Perugia (che casualmente lo cedette al Rimini poche settimane dopo l’uscita del libro), fu una vera boccata d’aria ed ancora oggi (è stato ristampato di recente) trasmette quello spirito.
Esaltazione del passato per bastonare il presente, il trucco non meriterebbe di entrare nemmeno nel Manuale di Silvan, opera immortale ma purtroppo inutile (ci siamo rovinati il braccio sinistro a forza di provare il numero della cenere da spalmare sulle lettere scritte con il limone). In ogni caso ‘Spogliatoio’, scritto da Sollier con Paolo La Bua per Kaos Edizioni ed uscito qualche mese fa, è stato una parziale delusione. Le premesse erano buone: Sollier si spoglia della sua immagine da Sollier ed analizza il calcio di oggi senza fare il bolso ex che dice che una volta era tutto meglio. Anche lo schema scelto, quello del libro intervista, sembrava deporre a favore della non pesantezza del libro. Sollier ne esce benissimo, come una persona equilibrata che ha i suoi rimpianti ma sa vivere il presente. Soprattutto, dopo essere stato a suo tempo strumentalizzato, non si autostrumentalizza: è rimasto di sinistra, ma non vuole essere un’icona senza un pensiero elaborato, una specie di Che Guevara di se stesso o una figurina Panini omaggiata acriticamente dal Fabio Fazio di turno. Ne esce benissimo lui, dicevamo, ma il libro è purtroppo modesto. Il ‘purtroppo’ deriva dal fatto che leggiamo (è un limite, certo) solo libri verso i quali abbiamo un pregiudizio positivo: non è bello buttare ore della propria vita dietro a parole inutili. Il libro è modesto per troppa ambizione, visto che tocca ogni settore dello scibile calcistico: dagli arbitraggi al rapporto con Castagner, dalla vittoria nel Mondiale 1982 al doping, dai soldi a Renato Curi, dalla playstation nei ritiri alla reticenza dei giornalisti, dal terrorismo a Corto Maltese, eccetera. Tutti abbiamo un parere su tutto, al di là della competenza, ma non per questo ci scriviamo un libro sopra. Non è un caso che la parte più interessante dell’opera sia quella sul rapporto fra calcio e politica e della sua evoluzione negli anni. Non sta a noi giudicare i giudizi (ma cosa direbbe del catalanismo di Oleguer, se Pirlo chiedesse la secessione della Lombardia?), che comunque danno la dimensione di una persona interessata a qualcosa di più del suo orticello: in ogni caso il lavoro è senz’altro leggibile, fra una biografia di Mourinho e l’altra (ne abbiamo contate tre, forse sbagliamo per difetto). Sollier è molto più di una figurina della memoria, ma molto meno di un guru.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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