Sempre più lontana

1. Tutti sognano un campionato un po’ più equilibrato e incerto rispetto agli ultimi due, ma pensare che la differenza odierna tra Siena e le altre grandi teoriche del torneo sia destinata a ridursi con il passare del tempo è oggi solo una speranza. E’ sicuro che ci siano squadre in grado di giocare meglio, che progrediranno in modo inequivocabile e saranno più competitive di adesso. Ma avvicinarsi a Siena è un’altra cosa. Il Montepaschi continua a giocare con la stessa forza mentale, lucidità, precisione degli altri anni e le vittorie anziché indebolirlo caratterialmente hanno alzato il livello di fiducia. La squadra sembra più forte di prima e gioca meglio. Dovremmo aggiungere che se la squadra più forte come organico e più collaudata ha anche il miglior allenatore e il miglior assistente allenatore i giochi sono già fatti. La vittoria di Cantù può rientrare nella normalità. Le dimensioni anche. Eppure avevamo visto Cantù in precampionato, l’abbiamo vista nel primo tempo della stessa partita. Pensavamo che sarebbe finita diversamente. E non siamo rimasti delusi da Cantù, ma stupiti dalla determinazione selvaggia di Siena. Luca Dalmonte, il coach canturino, ha detto che ad un certo punto la sua squadra ha smesso di giocare. Ma l’ha fatto perché il livello di concentrazione, di intensità mentale necessario per giocare contro Siena è logorante. Potremmo sbagliarci, a noi sembra che la differenza sia aumentata, con buon pace di tutti.
2. D’altronde intendiamoci: la squadra identificata come la rivale più credibile è Roma. Roma è stata l’unica formazione italiana capace di battere Siena nei playoff negli ultimi due anni. Ma rispetto all’anno scorso – quando un po’ di differenza tra le due squadre comunque c’era – la Lottomatica non ha più David Hawkins ed Erazem Lorbek. Fino a prova contraria erano i suoi migliori giocatori. Ne ha presi altri, alcuni molto buoni come Sani Becirovic, Primoz Brezec, Andre Hutson e anche Brandon Jennings, ma rinforzarsi partendo dalla cessione dei migliori non è facile. Milano ha perso Danilo Gallinari: la ricostruzione è nata da questa base di partenza. E appunto Milano come le bolognesi e Treviso è stata rifatta praticamente da capo.
3. La vittoria di Milano a Pesaro sembra uno spot contro l’importanza degli allenatori. E’ una forzatura, ovviamente, ma le due giocate decisive sono state un tiro di Hawkins da otto metri e uno di Luca Vitali fuori equilibrio da otto metri anche quello. Non erano buoni tiri, non erano tiri ad alta percentuale, erano quel genere di tiri che da avversario dici di voler concedere. Ma sono andati dentro e con quelli Milano ha vinto. La partita di Pesaro è stata brutta ma sono questo genere di partite che danno fiducia, ti permettono di guadagnare tempo e di costruire una buona stagione. Quindi non è una vittoria da sottovalutare anche se certamente Mike Hall non ha convinto e Hawkins non potrà giocare tante altre volte a quei livelli. Ma è un dato di fatto che le sei grandi presunte abbiano tutte vinto. Primo segnale di un campionato davvero spaccato in due?
4. Dan Dickau sta cercando disperatamente di fare la squadra di Golden State Warriors. Non hanno di fatto un point-man perché Baron Davis se n’è andato, Monta Ellis si è spaccato tutto cadendo da una moto e la posizione è vacante. Se la contendono CJ Watson, ex delusione di Reggio Emilia, Marcus Williams più DeMarcus Nelson e appunto l’ex avellinese. Ai giornali americani ha raccontato la sua versione dell’esperienza italiana. Prima di tutto voleva andare in Russia, ma l’offerta di Kazan partiva dal presupposto che avesse un passaporto polacco, e lui non lo aveva. Così è andato ad Avellino portandosi dietro moglie e tre figli. “Non era la situazione giusta per tanti motivi, la squadra, la città, l’organizzazione che avrebbe dovuto facilitare l’ambientamento della famiglia. Poi per un paio di giorni ho avuto dei dolori alla schiena e hanno reagito in modo totalmente sproporzionato, come se fossi arrivato già rotto… Sono tornato in America e dopo due giorni ero pronto per giocare”. Per la verità circolava anche un’altra teoria e cioè che per curarsi Dickau avesse bisogno di medicinali che da noi sono doping mentre in America sono perfettamente consentiti. Può anche essere che alla fine, schiena o no, ad Avellino si siano convinti che avere Travis Best sarebbe stato più produttivo per tutti.
5. L’introduzione delle finestre di mercato può avere effetti collaterali superiori a quanto si pensi. Ad esempio se oggi Pesaro decidesse che la coppia Stanic-Van Rossom in regia è inadeguata – alzi la mano chi non l’ha pensato vedendoli contro Milano – potrebbe prendere un rinforzo e utilizzarlo subito ma quello sarebbe il tesseramento jolly, l’unico effettuabile in qualunque momento. A parte quello, tutte le variazioni all’organico sono consentite solo quando si aprono le finestre. La prima vittima di questa situazione è la Fortitudo Bologna. Aveva scelto di non tesserare Earl Barron in quanto infortunato, mossa saggia per non sprecare né il tesseramento (ne sono consentiti solo 16 quest’anno, erano 18 l’anno passato) e il famoso visto per gli americani. Così avrebbe potuto attendere Barron o nominare un sostituto salvo decidere in seguito se attendere la finestra o giocarsi il jolly. Ma nel frattempo ha sbagliato il tesseramento dell’italo-brasiliano Marcelinho Huertas. In pratica non è stato presentato un certificato di residenza, necessario per il tesseramento di un italiano acquisito proveniente dall’estero. Huertas non è stato tesserato in tempo. Ora può giocare subito alla seconda di campionato ma diventa il tesserato-jolly il che obbligherà i bolognesi a far giocare Barron o un altro solo dopo il 23 novembre.
6. Marco Belinelli non riceve più elogi facili dal suo allenatore Don Nelson. Il coach l’ha definito mentalmente forte, uno che vuole diventare un giocatore e ha lavorato duro perdendo anche peso in estate per cui è più veloce ed esplosivo. Ma ha aggiunto che finora non ha superato alcuno che gli fosse davanti nella rotazione. “Kelenna Azubuike è ancora migliore di lui e i minuti per quel ruolo di terzo esterno non sono infiniti”, ha detto. Nelson usa Stephen Jackson da guardia e Corey Maggette da ala piccola. Ma contro Oklahoma City, Belinelli ha giocato 45 minuti, ha anche portato palla e segnato 22 punti. Qualcosa sta facendo. Ma Nelson è uno che quando parla va preso con le pinze. Spesso dice cose che non pensa o smette di pensare di lì a poco.
7. Daniel Hackett è stato intervistato da Sports Illustrated. O meglio, dal suo sito. Ci sono cose interessanti che vale la pena menzionare. 1) Non ha mai pensato di tornare in Italia prima di completare il ciclo di studi a Southern California perché è una persona leale e vuole andare nella NBA partendo dal percorso tradizionale: high school, college, NBA. 2) Il tatuaggio con scritto lo stallone italiano non onora le sue origini ma la sua high school. Quando andava in lunetta i tifosi cantilenavano “Italian Stallion, Italian Stallion”. Si è scritto il soprannome per ricordarsi quei giorni. 3) La prossima estate sarà disponibile a giocare in nazionale. 4) Danilo Gallinari è un suo amico, lo conosce da tempo e gli pronostica grande successo a New York. 4) Il giocatore NBA che che gli piace di più è James Posey perché fa le cose semplici, silenziose e vince. Ad Hackett piace l’aspetto competitivo, agonistico del basket.

Claudio Limardi
claudio.limardi@gmail.com

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