Ancelotti ultima corsa

Andrà via Ancelotti nonostante la riconferma da parte di Galliani subito dopo Genova? La risposta è sì. Quando? Forse molto prima di quel che ci si possa immaginare. Se tutto va bene, infatti, già da domenica prossima dovrebbe venir fuori il nome del suo sostituto, arcinoto ormai, che si chiama Rijkaard o, in caso di rinuncia, Donadoni. Perché questa sicurezza in un’affermazione che trova ancora sostenitori convinti del tecnico e l’intero staff dirigenziale al suo fianco? Deriva dalla semplice constatazione di quel qualcosa che si è rotto nel rapporto tra tecnico e giocatori. Nessuno lo dice , ma il potere di un allenatore, contrariamente a quello di andreottiana memoria in politica, finisce per logorarsi. Anni e anni su una panchina, sia pure con risultati a dir poco eccellenti, la dicono lunga sui rapporti con i giocatori e con tutto l‘ambiente. Il primo scricchiolìo di un matrimonio che non può più stare in piedi è venuto dal campionato della passata stagione. Iniziò, più o meno come quella attuale. Le speranze, allora, erano riposte nella Champions. Fallito anche quell’obiettivo restarono solo i cocci da rimettere assieme. Si è tentato di farlo in una maniera accattivante per i tifosi, ma al riparo da ogni logica ed equilibrio calcistico. Il presidente Berlusconi che di certe cose se ne intende, più di quanto non dia a vedere, ha forse già deciso e aspetta il momento buono per dire la sua, alla sua maniera, ma il suo pollice verso c’è già e, a quanto si sa, scatterà a brevissima scadenza.
Perché va via Ancelotti? Molto semplice: perché nel calcio non contano i risultati ottenuti, non serve il passato se non per le statistiche. E’ intorno al presente che si consumano le attese dei tifosi e, di conseguenza, le decisioni di una società. L’esonero di Ancelotti non toccherà minimamente la personalità calcistica di un uomo che ha non ha certo necessità di dimostrare il suo valore. Per questo parla la sua storia di calciatore e allenatore. Dopo di che si consumerà una decisione quasi dovuta, assisteremo ai vecchi piagnistei delle cornacchie in servizio permanente effettivo e alle antiche tesi sul…minor colpevole che deve pagare. La verità è che se il Milan avesse voluto o volesse ancora tenere l’allenatore parmigiano, tutto è possibile, dovrebbe cambiare qualcosa, nella stessa maniera in cui hanno fatto gli inglesi del Manchester United con sir Alex Ferguson. Tutti sanno che in Inghilterra l’esonero di un tecnico, sia pure con le dovute eccezioni, non si consuma nel giro di una stagione. Questione di mentalità, certo, ma anche questione di responsabilità ben ripartita tra i diversi dirigenti e soprattutto tecnici. Se Ferguson è rimasto a guidare ancora la sezione tecnica non è stato perché la sua bravura è fuori discussione, piuttosto perché la società ha stabilito di evitargli un coinvolgimento diretto nella guida della squadra assimilandolo a un super tecnico con compiti dirigenziali piuttosto che lasciarlo in panchina, dove pure continua a sedere, a sopportare i momenti negativi che appartengono anche ai Red Devils. Il Milan, se davvero tiene a far restar Ancelotti, dovrà cambiargli mansioni, affidando la squadra ad un altro allenatore e lasciando che diventi quel supervisore come Ferguson. In tal maniera sarà pur sempre coinvolto, ma in altro modo e non direttamente. Nelle decisioni avrà pur sempre l’ultima parola, ma il contatto con i giocatori finirà per diradarsi e quella stanchezza di rapporti che esiste e nel Milan che si può palpare a occhio nudo finirà per non essere più tale o almeno risulterà talmente attutita da non compromettere più determinati rapporti tra chi comanda e chi è costretto a ubbidire. Questo non accadrà nel Milan e forse neppure in Italia, ma ci sarà sempre quella tradizione che vuole esoneri a ogni piè sospinto come la panacea di tutti i mali per stagioni che difficilmente si raddrizzano.
Al tutto va aggiunto un rinnovamento che non c’è mai stato e quel voler magari per uno spirito di riconoscenza ammirevole che peraltro solo al Milan è dato mettere in pratica, tenere vecchi campioni che hanno raggiunto da tempo l’età della pensione. Insomma c’è una squadra vecchia e squilibrata che difficilmente potrà riaccarezzare il sole dei successi in un amen come lasciava credere ai tifosi l’arrivo di Ronaldinho, indiscutibile fuoriclasse, certo abituato ad altri modi di concepire il calcio e costretto a dimenarsi nel nostro campionato come un pesce fuor d’acqua. Aspettiamo il possibile esonero di Ancelotti al di là delle smentite ufficiali, ma diciamo anche a chiare lettere che la stagione dei rossoneri pare già compromessa, nonostante siano state giocate solo due partite di campionato. La terza sarà magari affrontata con quella voglia di riscatto che potrebbe risultare il pericolo maggiore per un malato che ha necessità di calma e tranquillità per riprendersi, ma che nessuno è disposto a concedere in un’Italia dove il secondo resta… il primo degli ultimi specie quando c’è di mezzo lo scudetto e le manifestazioni internazionali. Se può consolare infine, non sta scritto da nessuna parte che una squadra debba vincere sempre, Basta guardare il tempo occorso all’Inter per trovare i suoi nuovi equilibri.
Federico De Carolis
fedecarci2@hotmail.it
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