Religione nel pallone

Il folksinger inglese Billy Bragg gli ha dedicato addirittura una canzone, God’s Footballer. E’ il calciatore di Dio: “He scores goals on a Saturday and saves souls on a Sunday”, segna al sabato e salve le anime alla domenica. L’importante è che queste anime non le prenda anche a calci, come capitava al brasiliano Amarildo, ex Cesena e Lazio, che ad inizio partita regalava una Bibbia al suo diretto avversario salvo poi lasciare in anticipo il campo causa cartellino rosso rimediato per condotta violenta. Il calciatore devoto a Dio non dovrebbe nemmeno utilizzare il suo diretto superiore come strumento per guadagnarsi un posto in squadra. “Dio mi ha detto che devo rimanere a Milano per giocare nell’Inter”, disse Taribo West, fondatore nonché pastore del culto Shelter from the Storm, a Marcello Lippi. “Strano, a me non ha detto niente”, rispose l’allora allenatore dell’Inter.
Calcio e religione è un incrocio delicato, a volte pericoloso, altre volte comico nella sua goffa mistura tra sacro e profano. Ricardo Kakà, legato alla chiesa cristiano-evangelica “Renascer em Cristo”, indossa magliette nelle quali proclama di appartenere a Gesù e dichiara che a fine carriera vorrebbe diventare pastore ed insegnare la Bibbia. Ma c’è chi per seguire la fede ha abbandonato una carriera che prometteva grandi cose. Nel 1970 Peter Knowles sconvolse l’Inghilterra annunciando, a soli 24 anni, il proprio ritiro dal calcio professionistico dopo essere diventato testimone di Geova. Giocava nel Wolverhampton, dove viaggiava alla più che buona media di 64 gol in 91 incontri, ed era in odore di nazionale. All’erba del Molyneux Stadium e di Wembley preferì l’asfalto delle strade d’Inghilterra che percorreva bussando porta dopo porta. La stessa che chiuse dietro di sé il portiere argentino Carlos Roa alle soglie del nuovo millennio ritirandosi in una fattoria nella provincia di Santa Fè, in Argentina, in attesa della fine del mondo. O almeno così credeva una parte (minoritaria) degli adepti della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Roa, che nel 1998 era diventato l’idolo dei tifosi dell’Albiceleste dopo aver parato il rigore di David Batty al Mondiale di Francia permettendo all’Argentina di guadagnarsi i quarti di finale, si era addirittura rifiutato di discutere il prolungamento del proprio contratto con il Maiorca, perché tanto non sarebbe servito a niente. Il mancato arrivo dell’Apocalisse lo costrinse a fare retromarcia abbandonando il proprio radicalismo e tornando nelle Baleari. Appesi i guantoni al chiodo nel 2006, oggi Roa si definisce semplicemente “un cristiano”.
Ma chi è il calciatore di Dio? Un impostore, risponderebbe probabilmente Razak Omotoyossi, secondo cui “i giocatori sono paragonabili alle prostitute, perché si vendono per i soldi”. Corano tra le mani (“è l’unico libro che ho in casa e che leggo”), il talentuoso attaccante del Benin segue fedelmente i dettami della religione islamica. Lui stesso è un ottimo esempio della sua tesi, perché dopo aver fatto faville la scorsa stagione nel campionato svedese (ma anche in Coppa Uefa) accanto ad Henrik Larsson nell’Helsingborg, ha appena salutato il club dello Scania per andare a giocare in Arabia Saudita nell’Al Nasr. Difficile però criticare la scelta di un ragazzo cresciuto a cavallo tra Lagos, Nigeria e Benin tra mille difficoltà e miseria diffusa, e che per ritagliarsi un proprio spazio nel calcio è stato costretto ad andare a giocare nel campionato moldavo (ma i talent scout esistono ancora?); più facile invece notare come spesso nella vita sia necessario scendere a compromessi. Per informazioni chiedere a Frederic Kanoutè, entrato in conflitto lo scorso anno con il suo club, il Siviglia, per ragioni di sponsor. Il giocatore, di fede musulmana, non intendeva infatti indossare una maglia in cui compariva il nome della società di betting 888, in quanto le scommesse sono proibite dalla religione islamica. La decisione da parte della compagnia di devolvere una parte degli introiti ad una causa umanitaria sostenuta da Kanoutè ha appianato la controversia facendo tutti contenti. E la maglietta che pubblicizzava “l’opera di Satana” ha potuto essere indossata senza problemi.
Problemi che ha invece dovuto affrontare il portiere Dudu Aouate una volta rientrato in patria, in Israele, per difendere la porta della propria nazionale. Alcuni ebrei ortodossi, tra cui anche un membro della Knesset (il parlamento israeliano), non avevano infatti gradito che il giocatore, sotto contratto con il Deportivo la Coruna, fosse sceso in campo nell’incontro che vedeva opposti i galiziani alla Real Sociedad e che si era svolto il 2 ottobre 2006. Ovvero il giorno dello Yom Kippur, la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione e che prevede digiuno totale e astensione da qualsiasi lavoro o divertimento. Aouate dichiarò che avrebbe prolungato la propria “penitenza” di un paio d’ore per compensare il tempo perduto durante la partita, ma non fu sufficiente ad evitare un infuocato dibattito nel quale si chiedeva di non convocare più in nazionale elementi “non degni di rappresentare lo stato di Israele”. La Federcalcio non ci fece caso, e poco dopo Aouate ottenne la fascia di capitano. Solo pernacchie invece per l’attaccante tedesco Joseph Laumann, il quale, sotto contratto con il Rot-Weiss Erfurt, decise lo scorso gennaio di sostenere un provino con il Vitesse (ad insaputa del proprio club di appartenenza) presentandosi con il nome di Joseph Ratzinger, ovvero l’attuale Papa. Risultato: bocciato dal Vitesse (che vanta nel proprio recente passato un caso di giocatore-predicatore della Chiesa Evangelica, l’ex nazionale olandese Bert Konterman), lasciato a piedi dall’Erfurt per inadempienza contrattuale, attualmente il giocatore è in prova al Dunfermline. Come recita il detto, scherza coi fanti….
Alec Cordolcini

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