Cinque su trenta

Bilancio olimpico, evitando per quanto possibile di tromboneggiare sui massimi sistemi mondiali. Dalla Cina che avanza ai diritti umani, passando per l’inquinamento, la libertà di espressione e tutti quegli argomenti che dovrebbero interessarci ogni giorno anche senza il pretesto dei Giochi. Ascoltare conduttori ed opinionisti, di tivù e giornali, esaltare l’efficienza cinese ha ricordato la retorica dei treni sempre in orario: di sicuro Berlino 1936 ha avuto un’organizzazione più precisa di quella di un’ipotetica Napoli 2008 (per non citare due aborti reali: la morattiana Milano 2000, portata avanti con una superficialità da prolungamento del contratto di Recoba, o la palazzinara Roma 2004 quando ci si stupì della corruzione dello IOC: invece Torino 2006 fu scelta per la sua bellezza…), ma ci permettiamo di preferire Napoli al passo dell’oca. Quindi zero politica, con tanti complimenti agli atleti azzurri (Rossi, Granbassi, Russo, eccetera) che sono usciti da giganti dai tentivi di strumentalizzazione, e tanto di quello che abbiamo visto e sentito. Partendo dalla specialità regina, dove il dominio statunitense è stato solo statistico, con 7 ori e 23 medaglie totali: nelle specialità da vetrina come la velocità il dominio della Giamaica di Bolt, Powell, soci e socie, è stato assoluto, mentre in quelle che meglio rappresentano il cuore della pratica (cioé il mezzofondo) quasi tutti gli onori sono andati ai keniani ed agli etiopi, con Bekele e la Dibaba che se fossero nati un paese diverso sarebbero clamorosi personaggi da copertina. Deludente la spedizione italiana, salvata in piccola parte dalle grandi imprese di Schwazer e della Rigaudo (ma dietro le punte il livello medio della nostra marcia è molto più basso che nel recente passato), che non deve essere giustificata con i risultati annunciati del convalescente Howe e dalla scarica (mai sopra l’1,97 quest’anno) Di Martino. In alcune gare la presenza nelle finali (Obrist, Romagnolo con il record italiano) è stata un’impresa, in altre il minimo sperabile (Claretti, Rosa, lo stesso Gibilisco che comunque da qui può ripartire), nella maggior parte dei casi un sogno lontanissimo. In quattro anni non si inventa una generazione di campioni, ma pretendere miglioramenti almeno dei record personali da parte di impiegati statali che nella vita vengono pagati per allenarsi e basta è doveroso. Nel mezzofondo su trenta teorici posti a disposizione (tre atleti a gara per dieci gare fra maschi e femmine) siamo riusciti a mandare a Pechino solo 5 elementi: Bekele e la Dibaba saranno irraggiungibili, l’iscrizione alle batterie del mezzofondo o staffette della velocità che cambino nella zona giusta di sicuro no. Essendo Arese uno dei pochi veri uomini di sport a capo di una federazione sportiva, saprà di sicuro che il punto d’arrivo per un giovane italiano non potrà essere Bolt. Ma Cova, Panetta e Antibo non erano nati come Cova, Panetta e Antibo.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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