Superman

Non si era mai visto un marciatore esultare come un velocista a chilometri dall’arrivo (anche il suo ‘Oggi non mi fermava nemmeno Superman’ era da centometrista, o comunque da sforzo violento anaerobico, più che da cinquantista), mostrando il bicipite alla Braccio di ferro ed interagendo con il pubblico. Quasi mai si era visto un campione italiano disprezzare pubblicamente una medaglia diversa dall’oro, come fece lui con il bronzo di Osaka (di esempi analoghi ci viene in mente solo la Pellegrini al Mondiale 2005). E raramente si era visto un atleta azzurro convinto della propria forza al punto di dichiararlo alla vigilia della gara della vita, senza scaramanzie, finta ‘humilté’ sacchiana e mani avanti preparando il racconto dell’impresa eroica. Alex Schwazer ha vinto da strafavorito anche se qualche folle (per fortuna quotista presso bookmaker primari) dava la sua vittoria nella 50 chilometri a 4,50, ha imposto la tattica di gara ai principali avversari, al traguardo ha pianto non per una grazia ricevuta ma perché un lavoro di anni ha avuto il suo premio. Un premio mai scontato, perché è probabile che Jared Tallent, per non dire Marco De Luca, si siano allenati quanto lui. Proprio perché conosce la fatica vera è stato alla larga non solo dal gossip annunciato in diretta televisiva, su cui da domani si butteranno a pesce tutti (vista anche la notorietà di lei), ma anche dalla retorica della fatica che nel caso della marcia italiana va spesso a mescolarsi con discorsi del genere ‘siamo noi che teniamo su la baracca’. Schwazer non ha tenuto su nessuna baracca: non cancella le scandalose 4per100 o i cinque soli azzurri, fra donne e uomini, iscritti nelle dieci gare, quindi con trenta posti teoricamente disponibili, del mezzofondo. Però è un fenomeno di 23 anni che può dominare la sua specialità per altre tre quadrienni olimpici: un campione presente e potenziale di queste dimensioni l’Italia dell’atletica non l’ha mai avuto.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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