Finché c’è garra c’è speranza

Fra le poche squadre che negli ultimi anni abbiano battuto la nazionale USA di basket in competizioni ufficiali (Serbia, Portorico, Spagna, Grecia, Argentina, contando i torneini nel 2004 ci riuscì anche l’Italia pre-Atene di Recalcati), l’Albiceleste ha sempre avuto alcuni tratti distintivi: mai ha subito psicologicamente gli avversari, mai li ha aspettati con la mentalità del cacciatore di autografi, mai si è scoraggiata per i parziali negativi. Poi anche altri hanno trovato la partita perfetta, però l’Argentina ha dato la dimensione della sua grandezza non solo nelle imprese ma anche nelle onorevoli sconfitte come questa nella semifinale di Pechino. Comportamento che ha radici non solo cestistiche, ma anche culturali. Parlando per slogan, la garra a prescindere contro il ‘White man can’t jump’ (bello il film con Woody Harrelson e Wesley Snipes) che non solo negli USA sta creando ghetti sportivi: noi facciamo i martellisti e voi i 100 metri. Essere a meno 21 dopo pochi minuti, con Ginobili uscito per l’infortunio a una caviglia e gli altri titolari che non ingranavano: una situazione che con chiunque altro, Spagna finalista compresa, avrebbe creato tutti i presupposti per una gara delle schiacciate fra Wade, James e Bryant. Invece la seconda squadra dei Quinteros e dei Gutierrez (più Leo di Juan), fra l’altro pochissimo usata nel girone, ha riportato l’Argentina in zona meno dieci creando i presupposti per la lezione di Scola a gente che salta un metro più di lui. Buon per la nostra megascommessa sul vincitore finale che questi USA siano i più adatti di sempre, dal Dream Team ad oggi, a massacrare le altre nazionali: con il pallino in mano a guardie e point forward di livello immenso, e con l’intelligenza di stare nei propri confini, nemmeno la zona perfetta (in qualche momento ha funzionato bene la 1-3-1) può evitare la sconfitta. Mentre l’intensità può evitare la disfatta: al di là della finale per il bronzo con la Lituania, un ciclo d’oro è terminato con onore. E se gli USA continueranno a rispettare gli avversari, cercando nella maggior parte delle azioni la ‘right way’ di Larry Brown (l’architetto del disastro di Atene, fra l’altro), si giocherà per per il secondo posto almeno fino al 2048.

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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