La zona di Amaral


Pochi giorni fa Paulo Amaral è scomparso dopo una lunga lotta contro il cancro, a 84 anni. Non grande spazio sui media brasiliani, quasi zero su quelli italiani: eppure l’importanza storica di Amaral è stata straordinaria. Fu l’uomo che riportò in un grande club italiano il gioco a zona, praticamente scomparso dai tempi del Sistema. Avvenne nel 1962, in piena era catenacciara (fra Rocco ed Herrera…), quando la Juventus ingaggiò la vera anima tecnica del Brasile bicampione del mondo 1958 e 1962, anche se la faccia ce l’avevano messa Vicente Feola ed Aimoré Moreira e lui passava ufficialmente per preparatore atletico. Cosa che era davvero, intendiamoci: diplomato in educazione fisica nel 1953, fu chiamato da Pirilo al Botafogo e nel 1957 i suoi metodi (per un appassionato di atletica niente di rivoluzionario, nemmeno con gli occhi degli anni Cinquanta: solo che il calcio era davvero su un altro pianeta) gli fecero guadagnare la convocazione nello staff della Selecao. Apprezzatissimo da Pelé ed in genere dai giovani della squadra, si occupò anche di tattica ma senza prendersi meriti e vetrine. Alla Juve non fu una scelta degli Agnelli, ma di Vittore Catella, il grande presidente della Fiat negli anni in cui l’Avvocato si occupava solo di feste e festini (solo che la stampa era meno libera di oggi e poi Lapo è comunque un’altra cosa). Boniperti si era ritirato da un anno, quella era a tutti gli effetti la squadra di Sivori che non sembrava esattamente il tipo di giocatore propenso a dare tutto in allenamento, perlomeno come preparazione atletica e tattica delle partite. Inutile dire che Amaral fu massacrato dalla critica che allora in Italia aveva una credibilità per la grandezza dei giornalisti (da Brera-Zanetti in giù), per il taglio tecnico della maggior parte degli articoli, ma soprattutto perché fino ad allora l’allenatore era stato, con qualche eccezione, una mezza figura piuttosto che lo scienziato-guru dei tempi moderni. Il primo campionato andò bene: con una squadra inferiore tecnicamente all’Inter di Herrera lottò per lo scudetto quasi fino alla fine motivando Sivori e utilizzando anche il connazionale Miranda, centravanti grezzo ma potentissimo. La seconda stagione l’esonero con arrivo sulla panchina Juve di un altro campione del mondo, Eraldo Monzeglio. Un anno al Genoa, un’esperienza al Porto e poi il ritorno in patria. Facendo lo stesso percorso qualche onore in più si sarebbe guadagnato Carlos Alberto Parreira, non a caso apprezzatissimo da Amaral. A volte valore e riconoscimenti vanno di pari passo, a volte no.

stefano@indiscreto.it

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