Il piccolo mondo di Bela Guttmann


Non c’è bisogno di pretesti per parlare di quello che fra gli allenatori giramondo ha colpito maggiormente la nostra fantasia: Bela Guttmann. Come in quella di tutti i grandi mitteleuropei che hanno lasciato una traccia, nella sua vita si avvertono un’inquietudine e una disperazione di fondo, che rendono interessante un’esistenza che secondo canoni normali, nel senso peggiore del termine, sarebbe da archiviare come da vincente. Anzi, da supervincente, se vogliamo metterci a sparare un palmares che comprende campionati vinti in cinque paesi, e una quantità di club e nazionali guidati da far fatica a tenerne il conto.

Chissà a cosa stava pensando il ventiseienne Guttmann quando il 17 aprile del 1926 arrivò al porto di New York insieme alla sua squadra, la leggendaria Hakoah di Vienna, il primo vero simbolo sportivo degli ebrei di tutti il mondo, prima dei vari Maccabi e Hapoel, o di Ajax e Tottenham, versioni light e ormai annacquate di un ideale (il cosiddetto mondialismo, ovviamente inviso ai provinciali) più che di una religione. Volendo fare quelli che collegano tutto, potremmo dire che stava pensando all’Europa che stava scivolando verso crisi economica, dittature e guerre, in un contesto che per un ebreo come lui non sarebbe stato rose e fiori. Ma non era Nostradamus, visto che Hitler sarebbe salito al potere solo nel 1933 (pur essendo già politicamente in circolazione da vari anni), e probabilmente stava solo pensando alla sua carriera di calciatore. Sì, perchè Bela Guttmann era prima di tutto un grandissimo calciatore. Nato a Budapest, centromediano dell’MTK, dopo i campionati vinti nel 1921 e 1922 era entrato nel mirino della ricca e professionalizzata Austria: lo ingaggiò proprio l’Hakoah di Vienna, e nel 1925, dopo aver partecipato all’Olmpiade di Parigi 1924 con la maglia ovviamente dell’Ungheria, Guttmann vinse anche il titolo austriaco, venendo considerato da tutti gli osservatori il miglior prodotto del calcio danubiano dell’epoca. Diciamo danubiano solo per distinguerlo da quallo mazzolato del resto d’Europa, anche se tatticamente, prima dell’Arsenal di Chapman, nei vari paesi c’erano solo minime varianti al Metodo o alla Piramide. Niente di troppo oscuro: scrivendo con i termini di oggi si trattava di due difensori spazzatutto, tre mediani con quello centrale (il centromediano) vera anima della squadra, sia difensivamente che in impostazione, e cinque uomini offensivi: ali, interni, e una prima punta. Insomma, Guttmann era uno dei giocatori più famosi d’Europa, quando salì su quella nave che avrebbe cambiato la sua esistenza.

Anche in assenza di manifestazioni per club strutturate, l’Hakoah aveva lasciato un segno umiliando ripetutamente anche le inavvicinabili squadre inglesi: in particolare fecero epoca le vittorie sul West Ham e suil Wolverhampton, e i suoi ingaggi per le amichevoli erano ormai a livelli stellari. In quel tour americano del 1926 giocò il suo calcio ipertecnico contro realtà universitarie o semiprofessionistiche di buon livello, in un movimento Usa tutt’altro che all’età della pietra, come avrebbe poi confermato il terzo posto nella Coppa del Mondo del 1930, in Uruguay. In dieci partite totali l’Hakoah si fece ammirare da circa 200mila spettatori americani, con un record di 46mila al Polo Grounds di New York. Un risultato di pubblico che sarebbe stato battuto solo dalla Nasl, nel 1977, quindi più di mezzo secolo dopo…

Guttmann decise che l’America faceva per lui: non era il classico emigrante con la valigia di cartone, e la sua scelta in altri tempi sarebbe stata definita ‘scelta di vita’. Firmò quindi per i New York Giants dell’American Soccer League. Due stagioni dopo, parlando con altri compagni dell’Hakoah rimasti negli Usa, si improvvisò imprenditore e formò gli gli Hakoah All Stars, una specie di compagnia di giro capace di fare vedere ovunque il mitizzato calcio danubiano. In realtà, come abbiamo visto, lo stesso calcio degli altri ma giocato da elementi più tecnici. Questi Harlem del calcio (curiosamente gli Harlem Globetrotters che tutti conoscono si formarono nella stessa epoca, nel 1927) vinsero diversi tornei importanti, come lo Us Open del 1929, ma poi Guttmann preferì tornare a un calcio più organizzato, sempre a New York ma nel Soccer Club, in una neonata lega formata dalla fusione di Eastern Soccer League e ASL. Dopo qualche altro giro con i suoi amici All Star, uno dei migliori calciatori ungheresi di tutti i tempi decise di ritirarsi, con molti rimpianti. Dentro di se sapeva di aver buttato via gli anni migliori della carriera in un calcio di buon livello ma fuori dalle rotte che contavano (e che contano). Ritornò in Europa nel 1933, deciso a diventare allenatore. La sua mente si era aperta, ma un po’ di contatti li aveva persi.

La prima società a dargli una chance fu la sua vecchia Hakoah, poi Guttmann emigrò in Olanda, al Twente Enschede, per chiudere il giro in Ungheria, all’Ujpest Dosza, che portò alla vittoria nel campionato 1938-39. Uscito vivo, dopo fughe da romanzo, dalla Seconda Guerra Mondiale, riecco Guttmann a Budapest, alla guida del Kispest, poi diventato Honved (e oggi di nuovo Kispest, undicesimo nell’ultimo campionato ungherese, vinto dal Debrecen), facendo crescere sportivamente e umanamente un gruppo incredibile, poi diventato l’asse portante della Grande Ungheria di Sebes. Suo allievo prediletto un certo Ferenc Puskas…Miracolosamente sopravvissuto al nazismo, Guttmann si liberò agilmente anche del comunismo: nella nuova Ungheria nessuno lo minacciava apertamente di morte, ma in un regime totalitario occorre sempre trovare come capro espiatorio l’ebreo della situazione. Meglio se ebreo vero.

Nel 1949 iniziò l’avventura italiana, che lo vide alla guida di Padova, Triestina, Milan e Lanerossi Vicenza. Dalla Triestina portò con sè al Milan Cesare Maldini, uno dei calciatori che più gli prese il cuore, soprattutto per la sua versatilità (chi lo ha visto giocare dal vivo sostiene che in una ipotetica difesa a quattro di oggi avrebbe potuto eccellere in ogni ruolo, anche più del figlio Paolo, fisicamente più forte), per la cifra di 58 milioni di lire. Nel 1954-55 lo scudetto sulla panchina rossonera, con Nordahl ovvio capocannoniere, ma l’amarezza della sostituzione a metà dell’opera con Ettore Puricelli, dopo una partenza lanciatissima e un miniperiodo negativo, dovuto anche alla squalifica di Schiaffino. A 57 anni arrivò una nuova chiamata stimolante, dal Brasile: il San Paolo. Un anno solo, ma lasciando un segno indelebile nel calcio brasiliano e in quello di tutto il mondo, introducendo il 4-2-4 che sarebbe stato fatto proprio dalla Selecao che avrebbe dominato i Mondiali 1958 e 1962 (con il solito discorso di Zagalo che scalava, che per l’occasione vi risparmiamo).

Un anno lì e poi di nuovo in Europa, prima al Porto e poi alla guida della nazionale portoghese. Nel 1959 il clamoroso passaggio al Benfica, che con Guttmann strappò al Real Madrid il trono d’Europa, vincendo la Coppa Campioni nel 1961 e nel 1962. Squadra di fenomeni, troppo facile ricordare Eusebio, Mario Coluna, Costa Pereira, Jose Aguas e Mario Simoes. La scoperta di Eusebio fu da romanzo, come tutta la vita di Guttmann: mentre era dal suo parrucchiere a Lisbona, sentì parlare di questo Eusebio da un altro cliente, un allenatore-mediatore brasiliano che aveva osservato questo fenomeno in Mozambico. Tempo una settimana ed Eusebio fu del Benfica. Nonostante tutto quello che aveva fatto, solo dal Benfica in poi il già sessantenne Guttmann fu considerato dai contemporanei un maestro di calcio, piuttosto che un simpatico giramondo, con la sufficienza con cui ai giorni nostri viene giudicato Bora Milutinovic.

Rinforza i tuoi punti di forza, piuttosto che lavorare sulle debolezze e rimanere a metà del guado: un concetto molto americano, che Guttmann rese digeribile in Europa, senza propagandare il falso mito del calciatore ‘completo’. Dopo la seconda Coppa Campioni (nella prima Eusebio ancora non c’era) litigò con il presidente del Benfica, per motivi di soldi e anche perchè non gli era andato giù il modo in cui si era persa l’Intercontinentale 1961, con il Penarol, dopo una trasferta disorganizzatissima. Andò ad allenare proprio il Penarol, poi fu chiamato dalla nazionale austriaca, poi tornò nel 1965 al Benfica, poi andò in Svizzera, al Servette, poi in Grecia al Panathinaikos, prima di un clamoroso ritorno in Portogallo, al Porto. Un allenatore non si giudica solo dalle vittorie, che comunque sono state tante, in dieci nazioni, ma da come ha plasmato il materiale umano a sua disposizione: e Guttmann ha migliorato la somma dei valori individuali quasi di ogni gruppo avuto a disposizione. Tanti club ma anche tante nazionali, prima di ritirarsi, nel 1974. Vecchiaia serena nella Vienna che sentiva sua più di una Budapest nella quale era ormai sgraditissimo. Nel 1981 Bela Guttmann lasciò questa terra, dopo aver fatto molto e sapendo che avrebbe potuto fare di più.

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