Due ammonizioni di troppo


Per motivi anagrafico-televisivi non possiamo spacciarci per biografi di Brian Labone, né per collezionisti di sue partite (a parte i tanti spezzoni, di intere ne abbiamo viste solo tre), ma abbiamo fatto in tempo a renderci conto del suo mito e a leggere delle sue gesta come capitano dell’Everton e protagonista nell’Inghilterra di Mexico 1970. Per questo apprendendo la notizia della sua morte, l’anno scorso nella sua casa del Merseyside, abbiamo provato le stesse sensazioni che proveremmo per la scomparsa di un reduce di Spagna 1982. Si diceva del Merseyside: Labone era nato a Liverpool e a 18 anni entrò nell’Everton per non uscirne più, totalizzando 534 presenze in 13 stagioni, prima di consegnare la fascia di capitano ad Alan Ball. La statistica che fa impressione è però quella delle due ammonizioni in carriera: meno del record mondiale di Gary Lineker (zero), parlando di giocatori di livello internazionale, ma impresa dal peso ancora più grande essendo ovvio che un difensore centrale debba fronteggiare situazioni tattiche diverse rispetto ad un attaccante. Con i Toffees Labone ha vinto due massimi campionati e una FA Cup (in finale sullo Sheffield Wednesday nel 1966), ma per i dettagli rimandiamo al sito dell’Everton. Come al solito rimangono nella memoria del mondo le situazioni…mondiali, e al riguardo quello che forse non tutti sanno è che Labone sarebbe rientrato nei piani di Alf Ramsey già nel torneo casalingo del 1966, quello poi vinto sotto gli occhi dell’oggi ottantunenne Elisabetta (la finale con la Germania Ovest è rimasta l’unica partita di calcio della sua vita, così come lo storico Wimbledon 1977 di Virginia Wade l’unico torneo di tennis). La convocazione di Labone non era sicura, ma possibile sì: fu lui stesso a togliere ogni dubbio a Ramsey dicendo che ormai aveva programmato le nozze per il periodo del Mondiale. Certo, con il senno di poi…Comunque fu recidivo, perchè due anni dopo annunciò il ritiro a soli 28 anni per dedicarsi alla famiglia e alle attività imprenditoriali, cambiando idea quasi subito. Ramsey recuperò comunque la stella dell’Everton per il 1970, e Labone lo ripagò con prestazioni splendide. Fu in campo insieme a tutti gli altri grandi (Banks, Bobby Moore, Peters, Hurst e Bobby Charlton) nell’esordio di Guadalajara contro la Romania del Mircea Lucescu giocatore (uno a zero, gol di Hurst), poi contro il Brasile di Zagallo e dei fenomeni (sconfitta di ‘solo’ uno a zero, rete di Jairzinho e soprattutto una delle parate più belle di tutti i tempi, Banks su Pelè). Spettatore nella vittoria uno a zero contro la Cecoslovacchia di Viktor e Dobias (rigore di Clarke), visse da dentro il campo una delle partite che hanno fatto la storia, il 14 giugno 1970 a Leon. A circa venti minuti dalla fine Ramsey stava già pensando alla semifinale, in vantaggio due a zero con i gol di Mullery e Peters, poi duemila occasioni buttate (reperibile nel grey market il dvd completo), un destro di Beckenbauer ed un guizzo dell’anziano furbissimo Seeler, mandarono tutti ai supplementari, dove Gerd Muller regalò l’Italia ai suoi. La carriera in nazionale di Labone terminò con quel drammatico quarto di finale, mentre la carriera in generale arrivò al capolinea pochi mesi più tardi per un infortunio al tendine d’Achille. Nel ‘dopo’ non fece l’allenatore, preferendo la tranquillità della struttura commerciale dei Toffees e varie altre attività, di quelle dove essere un grande ex è condizione necessaria e al tempo stesso sufficiente. Elegante e potente in campo, come carattere una specie di leader silenzioso alla Scirea, stando non alle esagerazioni giornalistiche ma ad uno vero come Howard Kendall, suo vecchio compagno a Goodison Park (vinsero insieme il titolo del 1970) oltre che allenatore di un altro grande Everton (quello anni Ottanta che non riuscì a giocarsi la sua Coppa Campioni per l’autoesclusione inglese del dopo Heysel), che in un’intervista alla Bbc lo ha ricordato a modo suo: ”Non l’ho mai sentito gridare, ma era un grande trascinatore in campo e fuori. Comandava con il semplice esempio”. Gordon West, Colin Harvey, lo stesso Kendall: nomi scolpiti in un passato dove il senso di appartenenza, senza criminalizzare il Rooney di turno e gli altri figli del proprio tempo, non esisteva solo in tribuna. The Last of the Corinthians, così lo soprannominò il suo allenatore Harry Catterick, volendone forse sottolineare la taglia da superatleta unita ad una guerriera correttezza. Di Labone rimangono anche nella memoria frasi da tifoso che con gli occhi di oggi fanno sorridere (‘Un Evertonian vale venti Liverpudlians’ la più infantile e famosa, oggetto di una maglietta di culto ancora in tempi recenti) e uno stile unico, anche senza farne il solito santo post mortem: fra i suoi migliori amici Tommy Smith, che per il Liverpool anni Sessanta qualcosa ha voluto dire. Le sue ultime ore prima di lasciare questa terra sono state da Evertonian, in un pub di tifosi dell’Everton, nei pressi di Goodison Park. Più di così non era possibile. E pazienza per quelle due ammonizioni.

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