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Come si faa?

di Stefano Olivari
Uno degli aspetti più grotteschi del mercato NBA, almeno per noi che lo seguiamo da lontano mentre purtroppo al Quark Hotel siamo vicini, è quello dei buyout. Che di fatto tengono il cinema ancora aperto, con tre i casi clamorosi che si stanno definendo proprio mentre stiamo scrivendo: Larry Hughes con i Kings, Drew Gooden con i Clippers e soprattutto Zydrunas Ilgauskas con gli Wizards.
La definizione di buyout, per quanto riguarda questa lega è semplice: un giocatore sotto contratto con una squadra viene liquidato, con il consenso di tutti, ricevendo meno della cifra residua del contratto ma ottenendo in cambio la possibilità di riciclarsi sul mercato. Visto che nella NBA si scambiano contratti contro contratti, con i soldi che fungono solo da integrazione minima, quasi tutti i buy-out nascondono l’inganno e addirittura alcuni il doppio inganno. Inganno quando la squadra acquirente del contratto sa già che quel giocatore non le interessa ed il giocatore sa già in anticipo di non volerci andare per alcun motivo. Doppio inganno quando tutto è stato organizzato per far ritornare il giocatore nella sua squadra di partenza rispettando solo il termine di minimo 30 giorni dalla ‘trade’ originaria.
Il caso Ilgauskas è emblematico: finito agli Wizards nel quadro dell’operazione Jamison, l’ennesimo supergregario per far vincere l’anello a LeBron James, ma al tempo stesso non rientrante nei progetti degli Wizards, si sta apparecchiando il tutto per il ritorno a Cleveland con la modica spesa per Washington di 1,5 milioni di dollari (fonte: Washington Post). Circa un decimo del contratto originario del lituano, che fra un mese potrà tornare alla corte del re (di cui è uno dei compagni preferiti) per inseguire la grande vittoria, a meno che non accetti le tiepide offerte di Nuggets o Hawks. Tutto fatto seguendo la lettera del regolamento, ma non certo lo spirito: Washington ha liberato spazio salariale per la ricostruzione della squadra, questa finora l’unica cosa sicura, mentre se Cleveland lo prendesse (magari ‘spalmando’ sugli anni futuri il piccolo danno finanziario subito da ‘Z’) avrebbe un reparto lunghi pazzesco.
E lo spirito della norma violato? Sarebbe bastata scriverla meglio, non è che i Cavs sarebbero (meglio usare il condizionale, magari fra due minuti Ilgauskas firma per tornare nel suo Atletas: la squadra di Kaunas, meno popolare dello Zalgiris, dove sono esplosi lui e Stombergas) più disonesti di tanti altri che l’hanno aggirata in passato. Phil Jackson e Doc Rivers, due che da una super Cleveland avrebbero solo danni, considerano già fatto il tarocco, mentre su vari giornali si è scritto che questa volta Stern si metterebbe di traverso con il suo potere ‘dissuasivo’. Prima però dovrebbe dimostrare che quella fra Danny Ferry, general manager dei Cavs, ed Ernie Grunfeld degli Wizards, sia stata una recita fin dall’inizio. Infatti così non sarà, visto che la notizia dell’Associated Press è stata riportata anche dal sito della NBA. Come dire: abbiamo capito, ma non possiamo farci niente. Senza onestà non c’è regola che tenga.

stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Stamattina abbiamo letto vari giornali, tutti italiani perché siamo provinciali, ma non abbiamo trovato il titolo ‘Fiorentina derubata’: per una volta non ci sono retroscena, solo la voglia di quieto vivere che ti permette di parlare male solo dello straniero. Stessi risultati per ‘Chelsea derubato’, introvabile anche su Tuttosport.
Eppure lo sviluppo tattico delle due partite, oltre che gli episodi (un rigore negato alla Fiorentina, uno e mezzo al Chelsea), avrebbe suggerito altre considerazioni ed altri titoli almeno a chi non ha nel suo mercato lettori milanisti o interisti. La partita del Franchi ha mostrato due squadre di pari cilindrata, quella di San Siro una fisicamente superiore rispetto all’altra: un po’ perchè tre quarti del centrocampo interista era reduce da un’ora in nove contro undici contro una delle squadre più in forma della serie A (ed il quarto, Thiago Motta, aveva intensità pari a zero) per quanto ‘intimidita’ (questa la nuova teoria: chi gioca in due in più sarebbe intimidito, speriamo che lascino riposare in pace Liedholm). La mossa vincente, anche se il paziente è morto, di Ancelotti è stata ovviamente Malouda sulla sinistra della difesa: sabato scorso al Molineaux contro i Wolves aveva giocato nella solita posizione e nemmeno benissimo (quarto di sinistra dietro era Zhirkov), mentre contro l’Inter ha dialogato bene con Kalou e condizionato Maicon creando tantissimo. Per questioni di status Ancelotti ha dovuto scommettere su Lampard (noi siamo fan di Joe Cole, anche del Joe Cole recente), che peraltro ha sfiorato il gol, ma in generale il Chelsea ha fatto la partita che voleva arrabbiandosi più per l’infortunio di Cech che per l’arbitraggio di Mejuto Gonzalez. Alla fine Mourinho ha guadagnato un mese di vita mediatica supplementare, un po’ come in un videogioco, strappando il massimo prima sputando sangue e poi allargando il campo con Balotelli e Pandev. E’ più contento dei difensori, tutti diffidati, che hanno evitato il giallo che rassicurato dal risultato.
Comunque, visto che del calcio giocato non importa a nessuno (è anche un’autodenuncia), il meglio l’allenatore portoghese lo ha dato in conferenza stampa prendendo in giro proprio il mitico ‘abbassare i toni’ chiesto da quei media asserviti che per decenni hanno spiegato alle masse che ‘torti e favori nell’arco di una stagione si compensano’ salvo poi raccontare imbarazzati che era tutto finto ed annegare la vicenda nel po-po-po italiota. Ai cultori dell’abbassamento di toni non sarà sfuggito il Mourinho che storicizza la disonestà del calcio italiano, parlando già come un ex (altro che il Mancini distrutto dopo il Liverpool, che cinque minuti dopo avere parlato si sarebbe tagliato la lingua). L’ufficio dietrologia, ritenendo improbabile la conquista della Champions League, informa che uno scambio alla pari potrebbe essere scudetto nerazzurro contro distacco morbido da questo pericoloso eversore, con assunzione di uno che abbassa i toni e che possa perdere continuando a godere di buona stampa: nel ramo persone serie essendo indisponibile Ranieri, potrebbero essere adatti Prandelli o Blanc.

di Marco Lombardo
Il tifo di Ancelotti,  le badilate a Mourinho e le notizie che si devono copiare.
1. Tutti pronti con la copertina calda e il telecomando in mano, ieri sera per Inter-Chelsea. Soprattutto noi ex, grandi e meno grandi. La facile previsione non era il risultato, ma che sui giornali del giorno dopo (cioè oggi) si sarebbe letto di ‘Mourinho che anche questa volta ha esagerato’. Così, a prescindere. Illluminante in questo senso la conferenza stampa pre partita, nella quale il tecnico dell’Inter ha esplicitamente detto al traduttore che lui non aveva detto “Ancelotti fa parte di un clan” ma che aveva sostenuto che “se Ancelotti ha detto davvero che l’Italia tifa contro l’Inter, forse qualcuno gliel’aveva suggerito o forse anche lui fa parte di quel clan”. Sottointeso: “Che tifa contro l’Inter”. Risultato: sui giornali inglesi si è letto che Ancelotti fa parte della mafia (sic), mentre su un quotidiano italiano in prima pagina si è letto appunto “Ancelotti fa parte di un clan”. Ora, è vero che Mourinho esagera. Ma è davvero l’unico?
2. Dopo Inter-Sampdoria (sacrosanta l’espulsione di Samuel, non ‘italiana’ ma giusta quella di Cordoba, ridicoli il giallo a Eto’o e il mancato giallo a Pozzi) è stata la fiera del godimento, almeno per noi ex : al grido di “abbassiamo i toni” c’è chi ha perfino definito il gesto di Josè “da voltastomaco”. Si tratta di un opinionista che tempo fa aveva detto che il tecnico nerazzurro si meritava ‘badilate in faccia’. Sappiamo che difendere Mourinho ormai è diventato scivoloso e lui tra l’altro non ha bisogno di difensori perché sa sbagliare da solo, eppure delle volte il gesto delle mantette verrebbe da farlo davvero. Anzi: sarebbe da mandare subito i cellulari.
3. A proposito di informazione seria, nella redazione sportiva di un grande network televisivo è stato affisso un cartello con una frase pronunciata da uno dei suoi capi: “Le notizie migliori sono quelle copiate”. Ci permettiamo di aggiungere una postilla: “Se le notizie copiate sono anche inventate avete fatto uno scoop”.
Marco Lombardo

di Italo Muti
Le Generali che cambieranno, il circolo del petrolio e i taxi sudafricani. Continua a leggere »

di Jvan Sica
Le differenze fra l’Olimpiade invernale vissuta attraverso la pay-tv o secondo lo schema Rai: completezza contro romanzo, vince il romanzo…

A più di una settimana dal via delle Olimpiadi di Vancouver, è tempo di capire come le televisioni italiane la stiano sfangando. La domanda che aleggiava da un anno, fino al 12 febbraio scorso è: “Sky ci farà cambiare i modelli di fruizione dello sport olimpico, come ha fatto per il calcio televisivo?”. La minaccia-speranza di vedere tutto, ascoltare ogni atleta, analizzare ogni dettaglio, comprendere i perché delle gare al di là del commento tecnico alla buona, si è però solo parzialmente avverata.  Con i 5 canali olimpici riusciamo a vedere tutte le gare, approfittando spesso delle repliche ben distribuite durante la giornata (è chiaro che il solo saperle già svolte diminuisce il trasporto del 50%), ad avere una copertura completa dell’evento senza i soliti collegamenti ondivaghi a cui siamo stati abituati negli anni (per dire, non si passa direttamente dall’arrivo dell’undicesimo slalomista alla 5a porta del tredicesimo), conosciamo tutto degli atleti italiani, seguiti prima, durante e dopo le gare con una passione non ripagata dai risultati (purtroppo i quarti, quinti e sesti posti non valgono medaglie e titoli, ma in una competizione olimpica non sono da buttare).
Grazie a Sky abbiamo un sacco di cose in più e migliori rispetto alle Olimpiadi Rai, eppure non convince il carrozzone che va avanti da un anno, senza soluzione di continuità. A mancare sono le sfumature di fondo che riguardano la concezione dello spettacolo sportivo. Per dare tutti i fotogrammi in diretta, i cinque canali olimpici di Sky non potevano non diventare dei contenitori di gare, tutte in fila e perfettamente suddivise in pillole da assumere in spot differenti. La parcellizzazione di discipline, stili di commento e modelli di regia ci fa rimbalzare da una gara all’altra, disperdendo quello che l’Olimpiade è sempre stata: un grande racconto sul mondo, un flusso narrativo unico in cui si innestano voci differenti che approfondiscono storie e momenti, un romanzetto popolare che muove la casalinga e commuove l’ingegnere.
Sky cerca di cucire il menu farcitissimo con Giovanni Bruno, ma l’esperienza Rai da questo punto di vista è imbattibile. Ivana Vaccari non solo ci introduce alla narrazione olimpica, mentre Sky ci scaraventa dentro l’evento ex abrupto, con pochi convenevoli. Noi di regola sacramentiamo prima delle partite di campionato, mentre per gare di cui conosciamo solo pochi protagonisti e a malapena le regole principali questi ‘convenevoli’ servirebbero a farci montare l’attenzione. Questo tipo di narrazione ci accompagna, ci muove l’attenzione a seconda delle esigenze di palinsesto, crea aspettative e tira le somme con pochi ospiti e qualche immagine di corredo. Ecco, a Sky manca la concezione romanzesca che è dietro un evento così imponente, pensando che impostare tutto su completezza e rigore basti a coinvolgere tutti gli spettatori che vogliono vedere lo sport. Le Olimpiadi non possono essere viste, perché non è pensabile vedere tutto, ed è per questo che bisogna farle vivere, in un percorso magari frammentato e meno denso, come una grande avventura che non finisce mai per 15 giorni.
Jvan Sica
Letteratura Sportiva

Del pirotecnico, ma non troppo, finale di mercato NBA si è letto tantissimo ed è inutile copiare dai siti specializzati (noi siamo devoti di Hoopshype.com, che linka ai media locali più improbabili). Siccome scriviamo per tutti e nel presente non ci sono stati sconvolgimenti in squadre da titolo (sospendiamo il giudizio su Antawn Jamison ai Cavs, televisto malissimo e molle contro i Bobcats mentre un po’ meglio contro i Magic), può essere utile sintetizzare che cosa si sia davvero mosso in prospettiva 2010-11 visto che nemmeno la maturazione di Bargnani e la scalata degli altri due azzurri fa guadagnare righe al basket sui giornali e nei notiziari sportivi (cioè calcio più Ferrari).
Tutti hanno provato a liberarsi dei contratti onerosi con l’unico metodo possibile: accollarsi contratti ancora più onerosi ma con scadenza più breve rispetto a quelli ceduti. Il McGrady ai Knicks, al di là del riempire qualche poltrona in più e del fatto che già all’esordio abbia mostrato una buona forma, ha proprio questo scopo. Tutti ci hanno provato, dicevamo, ma solo poche squadre ci sono davvero riuscite ed adesso hanno la possibilità di arrivare a LeBron James nel caso decida di lasciare Cleveland. In questo senso la numero uno è proprio quella guidata da D’Antoni, che pur sbagliando quasi tutte le scelte tecniche post Isiah Thomas (dall’ingaggio di Duhon alla chiamata di Jordan Hill invece che di una point guard alla Ty Lawson o alla Jennings) adesso si trova in una situazione invidiabile: nel 2010-11 infatti ha impegni solo per 18 milioni di dollari e spiccioli, quasi 35 sotto il salary cap. In altre parole New York è l’unica delle 30 franchigie a poter puntare sia su LeBron che su un’altra stella vera fra quelle disponibili (Bosh?). In ottica estiva sono messi bene anche i Nets, con impegni di 27 milioni inferiori al cap, e i Bulls che viaggiano su cifre non lontane. Nel primo caso al di là dell’effetto Prokhorov non sappiamo quanto James possa accettare il passaggio da una squadra da anello ad una di transizione (il trasferimento a Brooklyn avverrà nel 2011, lock-out permettendo), nel secondo ci sarebbero invece già sotto contratto giocatori di una ipotetica squadra da titolo, da Derrick Rose a super-comprimari tipo Luol Deng, Kirk Hinrich, Taj Gibson, eccetera. La vera incognita, cioè la squadra che deciderà il destino delle altre, è però Miami: Wade potrebbe ‘uscire’ dall’ultimo anno di un contratto da 17 milioni ma potrebbe anche decidere di rimanere in una realtà leggera (solo Beasley e Daequan Cook hanno garanzie per la prossima stagione) e quindi pronta ad entrare a piedi uniti nel mercato per chiunque: al limite anche per James. E’ comunque significativo che praticamente tutti possano in questa lega pensare nel giro di due stagioni di essere da titolo. Da sottolineare che gli arbitri sospetti li hanno anche loro: evidentemente la credibilità nasce non dalla purezza d’animo ma dal fatto che agli occhi della lega tutti abbiano pari dignità. Uno Stern italiano non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad apparecchiarsi l’anno scorso la finale marketing Kobe vs LeBron, ma così non è stato. 
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
 Il desiderio di Galliani, il ricordo di Cannavaro, la scarsezza di Leonardo e Del Neri.

1. Prima di distribuire patenti di onestà o di disonestà, bisogna pensare per almeno qualche secondo a che cosa rappresenti il calcio non solo in Italia. Scontato oppio dei popoli ma anche mezzo di identificazione e strumento di potere, in cui la vittoria dipende da un misto di bravura sportiva, fortuna, potere, ricchezza, furbizia, potenziale di ricatto politico o sociale. Facciamola breve: nemmeno la Juventus di Moggi, che aveva tutti questi ingredienti (e alla fine, paradossalmente, la bravura sportiva più di tutto il resto), ha vinto più di due scudetti consecutivi. Nei tempi moderni sono al massimo riuscite a raddoppiare la Juve dei tutti nazionali nell’autarchico calcio dei Settanta e l’Inter di Moratti padre. Facendo gli Sconcerti dei poveri, si può dire che nell’era televisiva solo il Milan di Capello e l’Inter di Mancini-Mourinho siano riuscite ad avere un ciclo più lungo, sfruttando anche nei primi anni del ciclo un abisso tecnico con una concorrenza che in disarmo o che stava costruendo per il futuro. Cosa vogliamo dire? Senza che ci sia bisogno di complotti, tutto il mondo del calcio (eccetto ovviamente quello interista, e nemmeno per intero) che conta vuole che questo ciclo nerazzurro finisca e questo desiderio di ‘campionato riaperto per il bene dei media’ è stato ben rappresentato da Galliani. Dove sta il male?
2. Luciano Moggi maledice ancora oggi il fallo di confusione che portò all’annullamento del gol di Cannavaro (ai tempi al Parma, arbitrava l’artista De Santis) in Parma-Juventus 1999-2000, che creò un clima propedeutico allo scandaloso pomeriggio di Perugia che sfilò alla Juventus quello scudetto. Per questo il delitto perfetto non è inventarsi rigori o situazioni strampalate, con buona pace dei moviolisti, ma applicare alla lettera il regolamento o al massimo concedere qualche punizione in più sulla tre quarti. Si può dire che contro la Sampdoria Samuel e Cordoba non andassero espulsi, a termini di regolamento? No. Poi c’è la realtà, che mai ha portato sotto gli occhi i due centrali difensivi della squadra di casa, dalla A all’Eccellenza, cacciati a metà a metà primo tempo. Non è un caso che i due difensori abbiano ricevuto la squalifica minima, da regolamento: una giornata a testa. Non è un caso che Cambiasso e Muntari ne abbiano ricevute due, per situazioni difficilmente verificabili: un parapiglia nel sottopassaggio e qualche parola a venti metri dall’arbitro non si sa in quale lingua. Non è un caso che Mourinho ne abbia ricevute tre per il gesto delle manette, quando su ogni panchina si vede di peggio (anche la bestemmia, tornata di gran moda). Poi le sanzioni pecuniarie, per insulti del pubblico a Tagliavento e l’ingresso in campo con 5 minuti di ritardo nella ripresa (con questo metro la Roma sarebbe senza soldi in cassa). Un po’ di giustizia e molto livore anche per il colpaccio non riuscito totalmente. Ripetiamo: non è strano che Rosetti venga designato per Fiorentina-Milan o che i rivali dell’Inter vogliano la sua caduta, è strano che se ne sia accorto (e non da oggi pomeriggio) solo Mourinho.
3. Parlando di calcio, il derby milanese e Inter-Sampdoria hanno dimostrato che fra allenatori di cilindrata simile (Lippi contro Capello, per dire) la differenza la fanno solo gli episodi e scelte che a posteriori diventano ‘intuizioni’, mentre fra tecnici di cilindrate diverse a volte il confronto è imbarazzante. I quattro uomini del Milan in linea a curare Milito per tre quarti d’ora e la Sampdoria rintanata per un’ora con due giocatori in più a fare cross dalla tre quarti possono essere un buon complimento al Mourinho da campo, nelle due occasioni sembrato gigante contro i pigmei. Non certo per il carattere trasmesso ai suoi, il carattere ce l’hanno anche Cosmi e Mazzone, ma per l’ordine da esercitazione difensiva (si fanno quasi sempre in inferiorità numerica) con cui ha gestito due situazioni che per altri sarebbero state drammatiche. Favorito dalla pochezza dei due colleghi avversari, ma comunque bravo. La teoria che stia forzando i toni per farsi cacciare a fine stagione, in funzione ‘politica’ e di quieto vivere, non è strampalata, ma Moratti si ricordi che con qualunque altro allenatore quelle due partite le avrebbe straperse. Ipotizzare complotti è quindi superfluo: in uno sport che non è uno sport, dove conta solo il risultato e senza alcun aspetto etico (anzi, chi perde viene anche sbeffeggiato), non si può pensare di vincere in scioltezza in mezzo alle ovazioni degli avversari. Vittime o carnefici: non è sport, ma è calcio.
stefano@indiscreto.it

di Oscar Eleni
La soddisfazione dell’Armani, il pubblico di Avellino, gli italiani di Pianigiani, le carte di Bologna, la foto di Bilbao, la speranza di Ercolino, il dolore per Cannavò, la coppa di Tanjevic, il ritiro di Niccolai e la domanda di Caglieris. Voti a Stonerook, Lardo, Boniciolli, Costa e Bucchi.
 Oscar Eleni dall’India, dal pellegrinaggio fra le rossastre pietre parlanti di Hampi dove abbiamo cercato risposte per capire certe facce, certe parole, comportamenti e musi da mona. Confessiamo di non aver avuto risposte soddisfacenti perché davanti al Piero Bucchi, “soddisfatto” per aver visto Milano costringere Avellino a fare soltanto 59 punti, anche le pietre sacre restavano senza parole. Più facile chiedere perché Siena, in Italia, non ha davvero rivali: loro pensano già al domani, qui, cominciando da Roma, si stanno ancora chiedendo chi tenere a libro paga, chi mandare a casa, chi nascondere per non lavorare a favore del Monte. Incredibile, per le solite pietre, anche la conversione del sopra detto Bucchi Piero che a qualche giorno dalla figuraccia con Avellino ammette: “Basta figuracce”. Ah, volevamo ben dire. Comunque, tanto per essere chiari: se, per caso, Milano andasse a fare una bella partita domenica a Siena, sapendo che il Montepaschi sarà spremuto al cento per cento, se succederà l’impossibile non veniteci poi a parlare di Miracolo a Milano. Lo avevano già fatto l’anno scorso quando il CSKA aveva deciso di far andare fuori di testa il Messina che ora vive l’incubo Barca.
Care pietre di Hampi spiegateci perché la finale della coppa Italia ha avuto, più o meno, lo stesso pubblico del derby di serie B, o A Nazionale per chi soffre a dire la verità, fra Ozzano e Fortitudo. Diteci voi quali segreti hanno gli spagnoli che portano 16 mila persone sulle tribune a Bilbao, portano i grandi personaggi dello sport iberico, convincono persino il re Juan Carlos e sua moglie Sofia, pur sapendo che in terra basca sarebbero stati fischi, poco meno di quelli che si è preso il Real entrando in campo, ad andare sul palco e poi a premiare Grimau mentre i compagni accendevano sigaroni cubani e Fran Vasquez si prendeva il premio come miglior giocatore. Tutto più bello, tutto più elegante, dai trofei in giù, dalla cornice in su e, badate bene, non siamo di quelli che hanno voglia di rispondere ai gestori delle sale scommesse infuriati perché sul sito della Lega italiana la progressione del punteggio della finale aveva invertito le squadre, dando l’illusione che fosse la Virtus a vincere. Potenza delle macchine, perché, alla fine l’illusione era anche in molti degli osservatori dando la misura esatta del dominio senese: se con loro perdi di poco, non ti fai stritolare, allora hai quasi vinto.
Insomma una notte da Minnesota Fats, da Spaccone, da Eddie Fast Nelson, nel momento in cui Minnesota si purifica, si mette il borotalco sulle mani e annuncia beato: palla otto in buca d’angolo. Pianigiani fa così da moltissimo tempo, speriamo che possa continuare a farlo anche con la Nazionale, ma è meglio se prima si concentra sull’Eurolega perché avrà poi tutto il tempo per fasciarsi la testa quando verranno i giorni di Azzurra con o senza Eze. Lui non avrà i pretoriani delle stagioni da record. Non esiste pietra che possa regalargli uno come Stonerook a cui tutti danno spazio perché possa tirare, a cui tutti dicono sì, sei bravo, ma le steelle sono altre, il leeone che ti sbrana senza mai fare una piega anche se provi a morsicarlo tu che sei la gazzella. Non era la miglior Siena, stanca, con infortuni seri da guarire, la testa altrove, eppure erano sberle per tutti. Certo se i campioni fanno 2 punti in 5 minuti, come contro Biella e non riesci a staccarli allora fuori i fazzoletti bianchi da rubare a quelli che a San Siro hanno creduto davvero all’imboscata per il povero, povero?, Mourinho.
La Virtus è stata bravissima: un allenatore come Lardo vale la pena di essere seguito, ha dentro la cattiveria giusta per fingere di avere soltanto guanti di velluto, poi sa stare sul palcoscenico, sa truccare le carte anche se le briscole sono tutte dall’altra parte. Capolavoro contro Caserta, attacco mirato al cuore di Avellino dove era facile trovare le debolezze anche se intorno c’erano tifosi ululanti. Nella finale hanno retto bene quelli che nelle Vu nere sono cresciuti come Koponen, quelli che avevano qualcosa da far sapere a Siena come Moss, che l’anno prossimo dovrebbe sostituire Sato nella rifondazione di una squadra che punta al quarto scudetto consecutivo dopo il paso doble con la coppa. Koponen ringrazierà Zorzi e Boniciolli? Ringrazierà Lino Lardo che lo tiene lontano dalle psicodebolezze di Collins, insegnandogli una strada che il ragazzo finlandese pensa sia diretta alla NBA. Certo lui fa i passi misurati e non vorremmo trovarci a Toronto adesso che non hanno quasi più spazio per Belinelli.
Care pietre dell’India misteriosa dove, abbiamo scoperto, truccano col veleno anche il benedetto curry, spiegateci bene le foto di Bilbao dove, fra i campioni, spuntano i ragazzini della Juventut Badalona vincitori del trofeo giovanile. Noi abbiamo diviso tutto. Per i mille, che hanno invaso Bologna, delle brevi, dei ricordini, mentre la Virtus, fra gli under 17, misurava il progetto Armani sui giovani: 85-49!
Avellino e la sirena dei soliti noti, l’Irpinia e quel canto melenso per far diventare oro quelle che erano foglioline di menta. Compagnia di giro con il complesso di farsi voler bene da tutti: noi sì che amiamo il basket, lasciate perdere i vecchi bavosi, i babbioni che pensano al passato, veniteci dietro, ascoltate i nostri messaggi, leggete avidamente quelle cifre che sono il sale della vita sportiva, un sale dell’Himalaya che serve per tutte le pietanze perché non abbiamo niente più delle bistecche di tofu da proporvi. Il male è nel cinismo di chi non capisce che Ercolino si illude se pensa di avere la coppa Italia anche nel 2011. Adesso ci penserà la Lega. Già, ma quale Lega? Quella dove l’onda Sabatini ha già messo sotto l’acqua il povero Renzi? Alla Virtus hanno altri pensieri, vi diranno, forse è così se pensano che per una eventuale presenza nell’Eurocup, a cui avranno diritto visto che Siena sarà in Eurolega sicuramente, ci penseranno. Speriamo sia soltanto perché sperano di essere nella coppa maggiore il prossimo anno.La provincia esclude.
Torna il campionato, lo sappiamo tutti, ma non ne abbiamo trovato notizia, almeno il calendario, sulla Gazza dei coriandoli dove fingono di essere addolorati nell’anniversario della morte di Candido Cannavò, un dolore finto perché per mostrare quello vero bastava continuare seguendo l’idea che ci sono tante cose da dire e da scoprire nello sport senza andare a cercare tra lenzuola e venditori di condom. Ci sarà tempo.
Telefonata in Turchia per sapere da Tanjevic come fanno a tenerlo ancora. Telefonata di qualche settimana fa. Lui, ridendo come cavallo, spiegava di essersi mimetizzato bene nella torre di Galata, favorito del Topkapi. Abbiamo provato a dimenticarlo, anche se appare impossibile avendo intorno tutti questi caporali maggiori , abbiamo provato a considerarlo reponsabile di tutti i mali dei suoi allievi, anche in quelli che fingono di non riconoscersi in lui, ma era impossibile. Certo capisci meglio Boniciolli se trovi un bell’articolo del Marrese “rubato” al basket dalla gloria di Repubblica e dei suoi settimanali d’oro, quando ci spiega che Trieste, stranamente, è la città dove si vive meglio in Italia, ma è anche quella con il maggior numero di suicidi. Ecco svelato l’arcano, ecco perché l’allenatore di Roma vive così male certe esperienze e non soltanto perché adesso Gino Natali è tornato nelle grazie presidenziali e già si occupa di mercato ombroso, come dice il Romanista. Comunque sia mentre ascoltavamo la radio castigliana che spiegava quello che sapevano già tutti, cioè che fra il Barcellona e le altre d’Europa e quindi di Spagna, ci sono distanze enormi, mentre pensavamo a Siena e alla sua coppa, a Pianigiani e alle sue caramelle al miele, nello stesso attimo in cui ci domandavamo se il Real avvelenato sfogherà tutto sui nostri campioni incerottati e spremuti mentalmente da questa dedizione assoluta alla vittoria, stanchi, ma felici, ecco la notizia della notte trovata su internet mentre cercavamo di capire perché l’Italia degli sport invernali, ma non solo quella, sbatteva le alucce su piste con troppo sole o troppa ombra, su sci, larghi o sottili, mal sciolinati, su giudici infami, su tutto quello che è Italian style, tipo le sceneggiate nel calcio dove si spiega bene perché in questo Paese la caccia va sempre fatta sparandosi sui piedi, dando all’arbitro tutte le colpe, prendendo gli allenatori e buttandoli dalla rupe, salvando i giocatori perché, si sa, quelli sono patrimonio, insomma in questa fase rem ecco la notizia: Boscia si alimenta bene mandando al diavolo il suo nemico Ataman, che si trova intrappolato nella battaglia contro il ramo slavo della squadra, poi si prende anche la coppa di Turchia. Magra consolazione, ma almeno qualcosa in tasca, lui, è riuscito a metterselo.
Notizia della settimana: Saturnino Niccolai, l’uomo che viveva fra le stelle come diceva il principe Rubini, si ritira dalla scena a 41 anni. Lo abbiamo amato alla follia. Lo avremmo voluto in tutte le nostre squadre preferite pur sapendo che, molte volte, non lo avremmo trovato in spogliatoio perché si era perso da qualche parte. Speriamo resti nell’ambiente, speriamo continui con i suoi camp per i giovani. Speriamo che non si avvicini troppo presto al fuoco del nuovo mondo.
Altra bella notizia: Torino ha avuto la finale di Eurolega. Vogliamo portarla una squadra di serie A nella città che più di altre meriterebbe di rubare la scena al povero calcio? Inventatevi qualcosa, ma, per carità, non ditelo in giro dove ci sono avvocati e aiutanti stilisti, dove ci sono maghi dell’economia al nero di seppia. A proposito di Torino: doveva essere un grande del nostro basket, il Caglieris delle meraviglie virtussine, in maglia azzurra, il regista delle battaglie più belle nella storia a spicchi, a dire finalmente la verità ai finti riformatori dello sport nella scuola: “ Con due ore di lezione che tipo di sport puoi fare? Vaglielo a spiegare. Pagelle prima che salti di nuovo la luce fra le pietre rosse.
10 A Shaun STONEROOK per come ha vissuto i suoi 9 anni italiani, per il rimpianto che abbiamo sapendo che non è mai stato con la nazionale per colpa sua, ma anche dell’invidia, delle piccole battaglie sull’uscio di casa dimenticando il resto. Perché con la nazionale italiana? Perché ci ha dato molto, ma è questo basket che lo ha rivelato nella dimensione europea.  
9 A Lino LARDO per come è arrivato alle finali di coppa Italia, per come ha presentato la Virtus che gioca bene anche dovendo sopportare giocatori che non fanno quasi mai quello che ti aspetti, o troppo timidi o troppo scarsi. Capolavoro.  
8 Ai MILLE della festa basket organizzata a Bologna dalla banda Sabatini che intanto si sdoppiava ad Avellino ricevendo in regalo il coro di tribune che lo considerano un uomo non davvero d’oro. Sono soddisfazioni, quelle di Bologna, sono tasse da pagare alla stupidità delle curve che tifano sempre contro qualcuno, mai per i loro galletti, quelle del tormento vicino ai tunnel di uscita.  
7 A MOMENTO BASKET, una rubrica che trovi soltanto a Roma sul giornale della sera, perché da un po’ di tempo il Pasquino che ascolta i belati, i lamenti, i rutti federali, poi li racconta, smascherando chi pensava di navigare sotto il livello dell’acqua, pronto ad azzannare le gambone di Meneghin. Aggiungiamo competenza ed affetto per il gioco e domandiamoci perché si deve leggere soltanto a Roma, accidenti.  
6 AI MATURI BASKETTARI pronti al grande raduno di Aprile in Castrocaro, pronti ad affidarsi al Raffoni che quando organizava la coppa Italia a Forlì non aveva bisogno di finti sostenitori per essere onorato nerlla giusta maniera.  
5 A Matteo BONICIOLLI se prima di aver rimesso davvero a posto la Lottomatica, se prima di aver capito se sarà ancora lui l’uomo per Toti, adesso che i ser biss capitolini sono tornati a sibilare, nominerà ancora Siena per farci sapere che è attaccabile, sì se hai tutte le palle e le rotelle a posto come diceva Lardo, che non deve essere guardata con complesso d’inferiorità come ha detto bene Frates. Lasci perdere e non tiri fuori lo sfortunato Datome, ma quante volte si fa male?, quante partite vere ha giocato per Roma?, la storia che è assurdo lavorare per poi dare un giocatore a Siena. Se il Montepaschi ci avesse creduto non sarebbe mai andato via dalla conchiglia della piazza.  
4 Al FESTIVAL cinematografico di Berlino che ha premiato il film Miele, pellicola turca, senza rendersi conto che l’arnia padronale dove il miele scorre davvero è quella di un basket permaloso e mai autocritico che s’illumina d’incenso anche quando i giocatori si grattano los marones.
3 Alla PEPSI CASERTA per essersi sciolta nel momento in cui la sua gente voleva il massimo: succede se non ti accorgi che i troppi complimenti mandano in paranoia i ragazzi fragili. Fate conto delle copertine colorate, andate a vedere cosa è successo dopo. Soltanto dei grandi flop. E la colpa, badate bene, non è delle copertine, ma del turibolo che arriva sulla testa degli interessati.  
2 Al mitico e sempre mite Ario COSTA che si è appoggiato con troppa foga sulla porta dello spogliatoio degli arbitri dove si proteggeva il pettirosso che ha fischiato e deciso una partita drammatica come quella fra Cremona e Ferrara, brutta e forse decisiva, per una venialità. Loro, gli arbitri, sono fatti così: il basket lo inventano come più gli piace e ad Avellino abbiamo visto cosa vuol dire due pesi e due misure, ma forse Tola non se ne è accorto.
1 All’OLIMPIA LUBIANA che per anni abbiamo amato come scuola grandissima del basket europeo, che è sempre stata società di riferimento per chi voleva costruire non avendo grandi mezzi: adesso smobilita, ma speriamo si rimetta presto in gioco, anche se non tutti quelli che ha lasciato andar via erano da prendere in altri posti. Ma, si sa, quando serve compri tutto.
0 A Piero BUCCHI perché la sua ARMANI, proprio tutta sua, non convince e non arriva ai bersagli minimi in Europa e in Italia, perché ai tifosi delusi di quella che una volta era la squadra dominante, non puoi dire che assolvi i giocatori per aver fatto segnare pochi punti ad Avellino. Prendersi le responsabilità, non chiuderle fuori dalla porta come se fossero sempre tutti bambini del minibasket. A Rimini lo faceva benissimo, a Napoli pure. Cosa sarà accaduto?
Oscar Eleni

di Libeccio
La tecnica della Parietti, la strategia di Mourinho, il rispetto per Zaccheroni, le frasi del nuovo Ranieri, gli impresentabili di Sanremo e il modello Abramovich.

1. Una tecnica auto-promozionale abbastanza sperimentata consiste nel parlare di sé stessi in riferimento ad una persona con una capacità di risonanza mass-mediatica molto alta. E’ quanto è accaduto ad Alba Parietti a proposito della presunta love story di S. Valentino con Special One. Grazie agli effetti mediatici (amore ma anche odio, dal punto di vista dei numeri è la stessa cosa) che il fascinoso allenatore portoghese suscita sempre, l’Alba nazionale è tornata in auge neanche si fosse veramente fidanzata con Mourinho. Non notizie, che non ci interessano ma che in ogni caso sono state quasi silenziate: solo a John Terry e Tiger Woods la stampa sportiva italiana riserva grande spazio, agli eroi formato famiglia del nostro calcio un po’ meno. Eppure a parità di gossip dovrebbero interessare di più.
2. Di Mourinho si dice che è bravissimo a calamitare l’attenzione su di sé e a proteggere la squadra. Come nel caso delle ultime dichiarazioni precedenti alla gara con la Sampdoria (alcune fantastiche). Se però il risultato e quello che si è visto in campo da parte di alcuni giocatori interisti, che son sembrati colti da sindrome del tarantolato, allora occorre rivedere un po’ il concetto. La verità è che l’Inter è stanca e sta arrivando ai momenti topici della stagione, dove ogni errore costa il doppio. Su di essa c’è attenzione spasmodica, sugli altri invece quasi nulla. In fondo lo si è detto in tutte le lingue: nessuno può perdere lo scudetto se non l’Inter.
3. Per la Juve del futuro ora si parla di Cesare Prandelli come di cosa fatta. La candidatura Lippi quindi è del tutto tramontata, insieme a quella Benitez, Blanc, Hiddink e di chissà chi altro. Zaccheroni in tutto questo caos non sappiamo come possa sentirsi, ma in ogni casomeriterebbe maggiori considerazione e rispetto. Sulla Juve ogni giorno si sentono i giudizi taglienti di un ex non da poco come Luciano Moggi, che sparge veleno più o meno contro tutti: bersaglio del momento il ‘traditore’ Roberto Bettega. Eppure la Juventus ha buttato via vari anni della sua storia soprattutto per colpa sua. A volte l’aver fatto favori ai giornalisti paga i suoi dividendi.
4. Nel calcio, forse anche nella vita, conta solo il presente. Ed il presente è di Claudio Ranieri, portato in trionfo a Roma come un nuovo Giulio Cesare. L’ex causa di tutti mali della Juventus (lo dicevano i giornalisti moggiani) alla Roma sta facendo non bene ma benissimo. Però l’imperiosità di certe sue dichiarazioni ci sorprende. Fortuna e bravura a parte, ci sarebbe da chiarire come mai tanti giocatori della Roma che con Spalletti o erano spenti oppure costantemente infortunati ora invece sono tornati degli autentici leoni. Lui si è talmente calato nella parte da regalare proclami storici, da “Facciamo vedere ai greci quanto sono forti i Romani” a “Voglio in campo 11 gladiatori”. Aspiranti Mourinho crescono.
5. A Sanremo hanno portato Emanuele Filiberto, una piacente signorina pare esperta di burlesque che ama bagnarsi con lo champagne immersa in una coppa gigante, Maurizio Costanzo (l’incarico gli mancava, e i 3897 incarichi di vario genere già accumulati si sono arricchiti di altra fantasiosa consulenza), Rania di Giordania (perché oltre al principe ci vuole anche la principessa che fa salire il picco di ascolti, dicendo cose ovvie su fame nel mondo e pace) oltre all’immancabile Christian De Sica a promuovere l’ultimo suo capolavoro. Scusate: ma siamo proprio sicuri che proprio Morgan fosse il problema?
6. Il proprietario del Chelsea Roman Abramovich è uno degli uomini più ricchi del pianeta, il suo patrimonio
diretto essendo stimato in circa 15 miliardi di dollari. Orfano sin da piccolissimo di entrambi i genitori ha trascorso gran parte della sua adolescenza in un orfanotrofio e intorno all’età di 25 anni è diventato
improvvisamente ricchissimo sfruttando gli spazi che il crollo della vecchia Unione Sovietica apriva a chi aveva coraggio, amicizie giuste e sfrontatezza. Di lui raccontano le cronache che possiede 4 barche fantastiche. La più grande misura 167,67 m. e contiene al suo interno un sottomarino per svignarsela senza essere visti (non si sa mai), 4 motoscafi, un elicottero e una barca a vela, oltre alla piscina, al campo da tennis e parecchie altre cose. Quella più piccola misura 55 m. e pare sia usata per gli spostamenti brevi. Di Abramovich raccontano di una cena per 8 persone a Milano, alcuni mesi fa. Una cena in un ristorante di lusso della Milano da bere. Costo finale: 57 mila euro. Altro aneddoto appreso di recente a Roma: arriva nella capitale con la fidanzata Daria Zukhova e si ferma a cena in un neanche notissimo ristorante del centro. Però molto di tendenza. come si usa dire. Né il direttore del locale, né i camerieri lo riconoscono. Daria si lamenta del fatto che il direttore non si sia comportato con la dovuta gentilezza. Nei giorni successivi alla cena, Abramovich compra ad un prezzo assurdo il locale e licenzia il poco solerte direttore. Così impara a vivere. Questo è quindi il famoso ‘Modello Premier League’: con i miei soldi faccio quello che voglio. Nei bar italiani lo avrebbero detto meglio, esaltando i colpi di mercato del presidente della squadra del paesello. L’unica vera differenza è che Abramovich i soldi li ha davvero e non fa firmare liberatorie false ai propri giocatori.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

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