Archive for the ‘Basket quotidiano’ Category

di Stefano Olivari
Trecento in birreria, il meccanico Gianelli, la Seconda Divisione, due tiri con i jeans, l’entusiasmo di Mestre, la cena Mobilquattro e l’abbraccio con Gamba.
1. Un quarto di secolo fa Chuck Jura lasciava l’Italia, dopo una discreta stagione con il Master Valentino Roma conclusasi con il pagamento in…pelliccie (!). Una breve apparizione nel 2001 per una partitella fra amici e poi la ricomparsa lo scorso 20 novembre per salutare i vecchi tifosi di Milano, Mestre e Bergamo. Nessuna celebrazione, solo un appuntamento dato su Facebook per trovarsi in una birreria milanese. Annuncio semiclandestino, un po’ da rave party, con la passione che ha travolto tutto. Trecento tifosi Mobilquattro-Xerox presenti, con trenta anni e qualche chilo in più. Trecento faccia a faccia, con la colonna sonora di ‘Lotta-Jura-senza-paura’, in cui ognuno ha spiegato il proprio personalissimo Jura a Jura medesimo.
2. Il ‘che fine ha fatto?’ non è stato negato a nessuno degli americani in serie A negli anni Settanta e Ottanta. Il bello è che Jura ha mantenuto contatti con quasi tutti. John Brown, compagno a Mestre, dopo varie vicissitudini familiari si è risollevato. John Gianelli, colonna del Billy Milano e compagno di camera nelle nazionali master, è stato truffato da un consulente e ha perso anche la pensione NBA: adesso fa il meccanico. John Sutter, faro del Brill Cagliari, lavora in Florida come impiegato in un parco di divertimenti. Mel Davis, ben ricordato a Novara e Milano, si occupa dei sussidi che la Nba eroga ai suoi ex. John Garrett, amatissimo a Gorizia, vive da eremita fra i monti e gli orsi. E Jura? Dopo avere avuto fortuna con alberghi e ristoranti, vive da ricco pensionato fra il Nebraska e la Florida.
3. A fine serata la sorpresa: un gruppo di amici gli ha annunciato di avere formato una squadra con il suo nome, che si affilierà alla Fip e nella stagione 2010-2011 parteciperà al campionato di Seconda Divisione in Lombardia. Ne fanno parte giocatori scarsi ma anche ben quattro ex compagni di squadra dello Jura giovane: Luigi Brambilla, Stefano Pampana, Pino Maccheroni e lo sconosciuto (da noi) Sam Martin. Dentista a Columbus, ma soprattutto ai suoi tempi grande tiratore all’università di Nebraska. Stella della ‘Chuck Jura’ sarà, manco a dirlo, Chuck Jura, che l’anno prossimo si fermerà almeno un mese insieme all’amico Sam e disputerà quattro partite.
4. Un’altra serata emozionante tre giorni dopo, al Cambini nella palestra intitolata ad Aldo Giordani. Lì si allena e gioca la Pallacanestro Milano, la società in cui lui è stato dal 1972 al 1979: C Regionale, ma il budget è buono e la passione messa in campo dal presidente-allenatore Daniele Cattaneo enorme. Si punta alla promozione, ridiventando così la seconda squadra milanese, ma nessuno dei tanti bambini presenti ha chiesto della C2 o di vecchie storie. Per tutta la sera, prima di un’amichevole in scioltezza (dove Jura ha disputato qualche minuto con…i jeans), hanno chiesto all’ex campione consigli e suggerimenti tecnici. Serata di basket puro, conclusa a notte fonda in pizzeria in con un’altra vagonata di storie (non per bambini).
5. Intanto la voce di Jura in Italia si era sparsa, fra l’indifferenza dei giornalisti (alcuni dei quali suoi sedicenti grandi tifosi) e l’entusiasmo di chi lo ha visto giocare davvero. E così la giornata a Mestre si è trasformata in un bagno di folla clamoroso, con ovazione all’arrivo alla palestra Kolbe. La promozione dalla A2 della Superga nel 1981 e la buonissima stagione in A1 della Jesus Jeans sono state ricordate con i toni del mito in una realtà che non si è mai sentita rappresentata dalla Reyer e dove stanno nascendo tante iniziative interessanti. Jura ha ricordato i tempi di Pieraldo Celada, di Massimo Mangano e di un palazzetto dove trovare posto era impossibile.
6. Ritorno a Milano a casa dell’amico Giorgio Specchia e cena Mobilquattro-Xerox nello storico ristorante della squadra: ai tempi si chiamava Mico, adesso ‘Da Giovanni’. La citazione non è la classica ‘marchetta’ ma è doverosa, perché Giovanni Loi altri non è che uno dei camerieri di quell’epoca d’oro. Motore della serata il presidente Tino Caspani: il signor Mobilquattro ha voluto riunire tutti i giocatori che si sono resi reperibili: Zanatta (ora manager), Farina (assicuratore), Papetti (medico), Guidali (imprenditore), Crippa (dirigente d’azienda), Maccheroni (dentista), Pampana (imprenditore), Brambilla (consulente aziendale), oltre ovviamente a Jura. Gli unici fra i presenti rimasti a tempo quasi pieno nel basket sono l’allenatore Dante Gurioli e lo storico massaggiatore Natale Redaelli. Nessun sapore amaro da rimpatriata, perché tutti hanno avuto successo fuori dal campo, ma solo dolci ricordi di una squadra che girava attorno alla sua stella e ne era orgogliosa.
7. Chiusura con gita a Bergamo, per tanti saluti a tifosi che gli hanno fatto ricordare la Sav messa insieme da Dante Signorelli: Recalcati allenatore, in campo Kupec, Meneghel, Natalini, Giommi e un giovane Flavio Carera. Poche ore prima della partenza per gli Usa lo ‘Sceriffo’ (in realtà lo sceriffo era suo padre) non ha resistito al richiamo del suo vecchio parquet ed ha assistito ad Armani-ScavoSpar su invito dell’Olimpia. Abbracci a Sandro Gamba ed Alberto Merlati, poi un inaspettato applauso di tutto il Palalido dopo che lo speaker aveva annunciato la sua presenza. Standing ovation da brividi, di quelle che di solito preludono ad un addio. Invece questo per Jura è stato un arrivederci. Novembre 2010, Seconda Divisione, palestra Forza e Coraggio, a sessant’anni compiuti. Perché i grandi amori non finiscono mai. 
Stefano Olivari
(articolo pubblicato su Superbasket)

di Stefano Olivari
Il problema delle ragazze, la leggenda del Pavoniano, il silenzio mediatico, l’occasione persa del grande Geas e il passato possibile.

Dal minibasket alla serie A, Dante Gurioli ha allenato tutto e seguito ogni trasformazione del basket di Milano e provincia negli ultimi quaranta anni: ‘’A livello maschile la passione e la base hanno tenuto, i numeri sono paragonabili a quelli degli anni d’oro in cui il basket si confrontava di fatto solo con il calcio e non con le mille alternative che un ragazzo ha oggi. Il vero problema è femminile: fino agli anni Settanta non c’era paragone con la pallavolo, oggi dopo il minibasket una ragazza fa fatica ad andare avanti. Non a caso il numero delle praticanti è crollato’’. Da forzato del reclutamento per il suo CMB Rho, Gurioli propone anche un’analisi generazionale: ‘’A Milano e dintorni all’oratorio non va più nessuno, perlomeno nessuno ci va più per fare sport. La pallacanestro adesso più di una volta si fa nelle palestre, nelle società: è logico che in palestra da bambino deve essere qualcuno che ti ci porti’’. Da ex allenatore della Xerox Milano e vincitore di uno storico derby contro il Billy di Peterson, Gurioli ha un’idea del pubblico milanese simile a quella di Cappellari: ‘’Con la pubblicità giusta l’Olimpia potrebbe giocare una eventuale finale scudetto anche a San Siro, ma per le partite normali si fa fatica a riempire il Palalido: adesso come una volta, ci tengo a sottolineare. Il passato non è tutto rosa. Milano ha sempre preteso l’evento, vale anche per il calcio. Portiamo qui i Lakers e ci saranno gli ottantamila del rugby, mentre contro Ferrara alla partita andranno solo i tifosi e nemmeno tutti’’. Non è insomma un problema del basket, ma della grande città: ‘’Il basket di alto livello è quasi sempre in perdita, ma quello di livello medio qui è improponibile: l’attività minore, e per minore in senso milanese intendo anche LegaDue, qui non può purtroppo esistere. E se esiste non può resistere’’. La differenza con realtà storiche come Varese e Cantù è evidente: ‘’La Armani deve comprare spazi sui giornali per comunicare sedi e orari delle partite, a Varese e Cantù in qualsiasi bar sanno quando è la prossima partita della squadra. Anche quelli che non si interessano di basket’’.
Il torneo cittadino sedimentato nella memoria storica è senza dubbio quello del Pavoniano, messo in piedi dal fuoco sacro di fratel Carmelo Brambilla. Che sul campo di via Giusti, dal 1957 al 1971 nei mesi di giugno e luglio, riusciva a radunare squadre ‘open’ con nomi inimmaginabili. Ogni formazione poteva tesserare giocatori di altre società, c’erano tribunette e bar, ogni sera fino all’una di notte l’ambiente era caldissimo in tutti i sensi. La finale del 1971 fu giocata da Simmenthal e Forst, con in campo Brumatti, Masini, Bariviera, Kenney, Della Fiori, Lienhard, Recalcati, Marzorati. Intanto a bordo campo si faceva basket-mercato ad ogni livello, non a caso i giornalisti ci passavano le giornate. Il Pavoniano fu cuore ed anima di un’epoca cestistica e di una Milano che non c’è più, oltre a lanciare nel grande basket tante persone: fra queste Taurisano e Carlo Recalcati. Il Tau era proprio un uomo di fratel Brambilla, che dopo il servizio militare nel 1956 lo ingaggiò (si fa per dire) per coordinare l’attività giovanile del Pavoniano, erede degli Artigianelli degli anni Cinquanta. I giovani reclutati furono all’inizio quelli di via Legnano, Paolo Sarpi Canonica. Insomma, quelli nati vicino all’Arena napoleonica. Proprio in via Paolo Sarpi, ai giorni nostri cuore della Chinatown milanese, venne scoperto Recalcati. Fratel Brambilla fu un grande evangelizzatore, forse anche a livello religioso ma di sicuro nel basket: conduceva personalmente gli allenamenti atletici al campo XXV Aprile (fra Palalido e PalaSharp, con i riferimenti di oggi), entrava nelle questioni tecniche ed ovviamente in quelle etiche. Nel 1974-75 la Forst Cantù allenata da Taurisano e con Recalcati (che già aveva vinto il titolo nel 1968) protagonista diventò campione d’Italia. Uno scudetto nato all’oratorio.
Questa città di praticanti, prima ancora che di tifosi, è la Milano di Fabio Guidoni: allenatore di lungo corso, fra l’altro anche del Geas Sesto San Giovanni che nel 1978 conquistò una storica Coppa Campioni, ma anche per quasi due decenni anima dirigenziale della Pallacanestro Milano. ‘’La concorrenza di Inter e Milan è sempre stata troppo forte, in proporzione sono stati pochi i bambini del minibasket a trasformarsi da adulti in tifosi di basket. Colpa anche della stampa, che da un’alternativa cittadina avrebbe avuto solo vantaggi e che invece ha affossato con il silenzio qualsiasi iniziativa non proveniente dall’Olimpia. Parlo degli ultimi trenta anni’’. A chi per anni ha dovuto bussare alla porta di mille istituzioni e aziende, appare chiaro che il modello del mecenatismo è superato: ‘’Bisogna ripensare il modello di società sportiva, si può proprio iniziare da Milano dove nonostante tutto c’è un contesto economico di primo livello. Il punto di partenza è che lo sponsor deve diventare proprietario, come è accaduto con Armani, e poi far percepire la squadra come parte integrante dell’azienda e della comunità. Il pubblico non si coinvolge con i grandi nomi, che quando ci sono i soldi possono anche esserci ma che comunque rimangono di passaggio. Il pubblico si coinvolge con un sistema etico, facendogli sentire la squadra come qualcosa di proprio’’. Un lavoro da portare avanti negli anni, dal punto di vista ideologico ben diverso dalla ricerca del ricco da turlupinare. O, peggio ancora, del riciclatore.
Guidoni ha un’idea chiara dei problemi del basket femminile a Milano, che per lui personalmente è una ferita aperta. E non solo perché sul più bello abbandonò il grande Geas perché la maggior parte delle giocatrici gli era contro: ‘’Ragazze forti ma divise in varie fazioni, con Mabel Bocchi che faceva storia a sé. Semplicemente era troppo personaggio per quel mondo: quando tornammo dalla vittoria in Coppa Campioni partecipammo tutti insieme ad un programma il sabato su Rai Due, poi arrivò un invito da parte della Domenica Sportiva. La Bocchi rispose di sì, ma le compagne forse per non passare in secondo piano si eclissarono. Anche senza di me, se quella squadra fosse rimasta insieme le ragazze milanesi avrebbero avuto un modello positivo’’. E magari sarebbero diventate mamme di appassionati di basket, aggiungiamo noi. Rimpianti, ma anche idee: ‘’La federazione ha perseguito la politica del decentramento fino all’eccesso, con il risultato di avere un movimento fortissimo nei piccoli centri e spesso il deserto nelle grandi città. In questo senso Milano sta meglio di altre metropoli’’.
La fiamma non si è quindi ancora spenta, fra grandi sogni e realismo. Il realismo di Sandro Gamba, l’ex ragazzo di via Washington che lavorava di giorno alla Borletti (disegnatore al reparto cruscotti) e di sera si allenava per…il Borletti con l’impegno da giocatore da Nazionale quale era. Il ragazzo con la mano destra frantumata da un proiettile di guerra che trova un maestro paziente (Borella) e diventa un campione: tutto bellissimo e addirittura vero. Da ricordare camminando per una Milano fatta di persone e ma anche di luoghi. Le sedi storiche: l’Olimpia in corso XXII marzo e poi nella via Caltanissetta fresca di abbandono, la Pallacanestro Milano prima in via Procaccini e poi in via Monreale. I ristoranti di riferimento: il Torchietto, cucina mantovana in zona Navigli, per le scarpette rosse e Mico (oggi ‘Da Giovanni’) in zona stazione Centrale per tutti gli altri. Fra l’altro il locale di via Fara era la sede del famoso Cenacolo dove imperatore indiscusso era Aldo Giordani…Le case dei giocatori, i bar dove i giocatori medesimi sono stati qualche volta raccolti da terra, le edicole che avevano Superbasket due ore prima delle altre, il calcio che non monopolizzava la domanda ‘A che squadra tieni?’: un passato possibile, che potrebbe tranquillamente tornare futuro senza operazioni nostalgia. Questa città non guarda al passaporto o al posto nella storia del basket mondiale, ma pretende gente che non si senta di passaggio. Datele uno Jura, datele un D’Antoni. (3-fine).
Stefano Olivari
(pubblicato su Superbasket)
Link alla prima puntata sulla Milano del basket
Link alla seconda puntata sulla Milano del basket

di Stefano Olivari
Quando manca la materia prima per un articolo, sulle pagine locali dei quotidiani si ricicla la storia della mancanza di impianti. Che è un problema serio, ma comunque meno importante della richiesta di pallacanestro ‘dal basso’.

Forse non tutti sanno che il PalaFiera di piazza 6 febbraio, distrutto senza un vero perché, poteva contenere fino a 18mila spettatori e che per il basket ha avuto affluenze da oltre 10mila. Il Palalido, adesso ma anche in prospettiva casa dell’Armani e del basket milanese, ha quasi mezzo secolo: lì si gioca a basket dall’8 dicembre 1960 (All’Onestà-Sant’Albino Monza) e per fortuna non si è più smesso. A gennaio dovrebbero partire lavori di ristrutturazione con scadenza settembre e l’obbiettivo di cinquemila posti veri. Del Palazzo dello Sport di San Siro, raso al suolo dopo il crollo del tetto per neve poco dopo l’ingaggio di Joe Barry Carroll, non rimane nemmeno un mattone: adesso il suo spazio è stato adibito a parcheggio dei pullmann per le tifoserie calcistiche in trasferta. E negli altri giorni è uno spazio utile per le prime manovre da scuola guida. Il PalaSharp, nato come PalaTrussardi nel 1986 e teatro di tante imprese (la rimonta con l’Aris Salonicco, per dirne una), viene utilizzato per tutto tranne che per lo sport ed in ogni caso è di privati (la famiglia Togni, proprio quella del famoso circo), mentre l’attiguo PalaTenda fortemente voluto da Gabetti per i playoff 1985 ha ballato per una sola primavera per poi rimanere un ricordo. Il Mediolanum Forum è un ottimo impianto, ma in ottica milanese ha un piccolo difetto: non è a Milano. Pur con tutti i bus navetta di questo mondo, per un adolescente andare ad Assago di sera non è semplice. Anche se i mezzi pubblici sono spesso una scusa per giustificare la pigrizia, per non parlare del fatto che 11.200 spettatori si possono vedere solo ad una finale scudetto: contro Panathinaikos e Khimki i teli neri a coprire pietosamente il secondo anello facevano male al cuore.
E pensare che negli anni Sessanta Milano era la capitale anche organizzativa del basket italiano, al di là dei meriti del grande Simmenthal di Bogoncelli e Rubini. Per fare un esempio, nella stagione 1959-60, c’era una squadra in Prima Serie (il Simmenthal, ovviamente), una in serie A (la Pirelli) e quattro in serie B (All’Onestà, Banco Ambrosiano, Fiera e Canottieri). La Pirelli aveva il campo in viale Sarca. L’emergente All’Onestà dei Milanaccio giocava due ore prima del Simmenthal al Palasport della Fiera oppure alla palestra Fenaroli di viale Fulvio Testi. Quando non giocava in abbinata il teatro della sua scalata verso il massimo campionato era la bomboniera della Forza e Coraggio di via Gallura: un migliaio di posti, non esattamente a sedere, tutti esauriti. Il Banco Ambrosiano giocava in via Ovada (all’aperto), la Fiera in un padiglione della…Fiera Campionaria, la Canottieri all’Alzaia del Naviglio Grande. Del 1962 è la nascita del Trofeo Lombardia, fortemente voluta da Emilio Tricerri, che metteva di fronte le migliori squadre lombarde: le prime tre edizioni si disputarono alla Forza e Coraggio. Il 12 novembre 1964 il primo derby vero fra il Simmenthal e All’Onestà: dalla palestrina di via Gallura rimasero fuori migliaia di aspiranti spettatori e dal 1965 la tappa milanese del Lombardia diventò il Palalido. Si giocava quasi tutto l’anno, in ogni zona della città, con uno spirito di iniziativa oggi inimmaginabile. Citazioni d’obbligo anche per la palestra del Pavoniano di via Giusti, dove allenava Arnaldo Taurisano, e per la Social Osa (Osa non era lo sponsor, ma sta per Oratorio Sant’Agostino) di via Copernico: lì il guru era Giuliano Bandini, coadiuvato da Paolo Casalini (fratello di Franco). Mito di tutti i giovani allenatori di quella generazione era l’impiegato di banca Mario Borella, scopritore di talenti cortile per cortile: Fiorenzo Galletti all’oratorio San Michele del Carso, Sandro Gamba strappandolo alla passione per il ciclismo. Borella era un maniaco dei fondamentali ad un punto di riferimento per i tecnici, al punto che quasi tutti i meno giovani (diciamo chi adesso ha dai trentacinque anni in su) ex giocatorini milanesi hanno sentito almeno una volta nella vita dal proprio coach la frase ‘Per te ci vorrebbe il Borella’.
La città era piena di possibilità di giocare a basket, a partire dai fin troppo mitizzati playground. Il più famoso è tuttora quello del Parco Sempione (di fianco al Castello Sforzesco, per dare un’idea), ma chi emerge lì è quasi sempre perché è bravo anche in un contesto di basket organizzato. E il basket organizzato si gioca nelle palestre. Non è un caso che a Milano sia di fatto nato il minibasket italiano, da un’intuizione del già citato Tricerri, con la Forza e Coraggio che è stata la sua culla. La pallacanestro per bambini era stata inventata negli Usa da Jay Archer ed il primo paese europeo a lanciarla era stato la Spagna, ma fu proprio Tricerri (all’epoca presidente del Comitato Regionale Lombardo) che dopo aver visto un documentario sul minibasket in Spagna decise di importare l’idea. La Forza e Coraggio divenne così la prima palestra italiana con quei canestri bassi (2 metri e 60 centimetri): era il 1964, di lì a poco la febbre sarebbe dilagata in tutto il paese. Ma la Milano del basket continuava a produrre idee, come la ‘Scuola per pivots’ (chiamata proprio così dal Comitato Regionale) per ragazzi di alta statura ed una promozione capillare. (2-continua)
Stefano Olivari
(pubblicato su Superbasket)
Link alla prima puntata di ‘La Milano del basket’
Link alla terza puntata

di Stefano Olivari
Milano città del basket è stata spiegata benissimo dal recente Italia-Nuova Zelanda di rugby a San Siro. Ottantamila persone entusiaste per l’evento, prima ancora che per lo sport: come provato da quei pochi che nel concitato finale invocavano la meta tecnica per gli azzurri di Mallett, mentre la maggioranza dei presenti ignorava cosa fosse.

Milano è questa: le dai l’evento, o almeno la percezione di poter assistere ad un evento unico, e lei risponde come nessuna altra città italiana e poche in Europa. Le dai la routine, anche di livello medio-alto, e non si esce dal ghetto degli appassionati veri. Che nel caso del rugby sono pochi, mentre in quello cestistico hanno comunque dimensioni significative. In attesa di Armani-Lakers più di questi scenari vale l’esperienza di Toni Cappellari, l’architetto della grande Olimpia vincitrice di tutto e dappertutto: ‘’A Milano noi della pallacanestro abbiamo uno zoccolo duro di quattromila tifosi, che vanno a vedere qualsiasi cosa appena scatta un minimo di identificazione nella squadra. Non è quindi una questione di avere o meno un dream team miliardario, ma solo di creare le condizioni per cui questi quattromila stiano attaccati alla squadra che rappresenta la loro città in serie A. Non è un caso che la gente sia rimasta legata ad Art Kenney e a Vittorio Gallinari invece che a giocatori più eleganti. In questo senso quello milanese è un pubblico particolare, apprezza di più l’impegno e lo sputare sangue rispetto alla classe pura: a Bologna, per dire, lo spettatore medio ha un atteggiamento opposto. Poi l’evento particolare, le vittorie e altre condizioni hanno richiamato e richiameranno 15mila persone per la singola partita, ma non stiamo parlando della normalità’’.
Inutile precisare che gli appassionati di basket a Milano sono molti di più rispetto ai tifosi dell’Olimpia, una passione che arriva da lontano. Senza andare alla preistoria basti ricordare che cosa hanno dato gli oratori di ogni quartiere, da Sandro Gamba in giù, o le tante società tenute in vita solo dalla passione: che in altre città deve sfidare un calcio di medio cabotaggio, mentre qui ha contro Inter e Milan. Non è un caso che sulle tivù locali più seguite non si veda una sola immagine di basket. Non solo: nemmeno un personaggio legato al basket in uno dei mille talk show sportivi, anche quando Inter e Milan erano state coinvolte da Giorgio Corbelli in un progetto troppo presto abortito. Tanti appassionati, relativamente pochi tifosi e giocatori. Anche se questo punto Cappellari ha le idee chiare: ‘’Non è onestamente mai stata una città ricca di praticanti. Non è un caso che l’ultima generazione da cui sia uscito un numero significativo di professionisti è quella dei nati nel ’58 e nel ’59. Non c’è paragone, ad esempio, con Varese, per numero di società e capacità di creare giocatori di buon livello’’.
Non è strampalato pensare che un derby, o almeno una seconda squadra ambiziosa, possa far guadagnare qualche articolo in più sui giornali generalisti o qualche mini-servizio in tivù. Operazioni a tavolino come quella del trasferimento di Arese nella prima metà degli anni Novanta (Breeze, Teorematour, BluClub) hanno scaldato poche persone. L’epopea della Pallacanestro Milano, la All’Onestà di Joe Isaac e Mobilquattro-Xerox di Chuck Jura, è terminata di fatto nel 1980. Tenuta in vita a discreti livelli dalla passione e dalla tenacia di Fabio Guidoni, da una decina d’anni la proprietà è passata di mano e gioca in C2. Così la seconda squadra milanese, in ordine di campionato, adesso è l’Ebro che milita in C1. Niente come le rivalità cittadine serve a conquistare spazio mediatico, secondo Cappellari: ‘’Il derby era fondamentale, come hanno capito anche a Livorno e ovviamente a Bologna. Dove Sabatini è il primo tifoso del ritorno della Fortitudo in serie A’’. E adesso, senza derby? ‘’Armani è l’ultimo treno che Milano ha per rimanere nel basket di alto livello. Via lui, non vedo futuro per il basket in questa città’’. (1-continua)
(pubblicato sul Superbasket della settimana scorsa)
Link alla seconda puntata

di Stefano Olivari
Quello che sta accadendo a Napoli meriterebbe un po’ di attenzione da parte di quello che rimane della Lega, non solo per i ritardi nei pagamenti (ovviamente smentiti dalla società, che ha dato la colpa delle proteste ad un imprecisato ‘clima di scetticismo’ che circonda fin dall’inizio il trapianto reatino) con tanto di sciopero di americani e non americani.
Ieri niente allenamento, da oggi si riparte in vista della partita di domenica con l’Armani Jeans. Con Travis Best, forse. Il forse dipende dal parere della Comtec (a proposito: se entro fine anno Papalia non salderà i contributi arretrati ci saranno altri punti penalizzazione, già siamo a meno due) ma anche da quanto gli diranno Damon Jones e Robert Traylor: tutti consapevoli di essere lì per mettersi in vetrina, anche se non avrebbero mai immaginato di trovarsi in una situazione del genere. Curiosamente a partire sarà lo sloveno Drobnjak, destinazione Ostenda, proprio dopo aver giocato un’ottima partita contro la Benetton. Abbiamo pochissime idee e quindi continuiamo a ripeterle: questo professionismo di serie B, senza ricavi coerenti con le entrate e sempre alla ricerca di soldi esterni al sistema, è arrivato al capolinea un po’ in tutta Europa. La retorica dei ‘bilanci a posto’ tranquillizza i cultori del Codice Civile ma non quelli del basket, costretti a vivere alla giornata come i loro dirigenti: senza il ricco da turlupinare, lo sponsor ‘convinto’ da politici locali, il riciclatore o il manager che spende soldi dell’azienda per ritorni privati, in Italia non si possono organizzare ad alto livello sport diversi dal calcio. Senza un nuovo modello economico ed etico saremo insomma sempre qui a proporre ricette improvvisate. Il mantra del basket che deve andare verso le metropoli sembra ogni giorno più ridicolo, ricordando anche la freddezza del pubblico di Roma (qualcuno contesta Toti…) e Milano. La realtà è che finché non ci sarà convenienza a tenere in piedi il circo saremo sempre qui a contare i feriti e gli avventurieri. A chi interessa tutto questo?

Domenica pomeriggio è stato emozionante vedere Chuck Jura entrare al Palalido e dopo trenta anni venire riconosciuto in un secondo da tutti, da Sandro Gamba ai giovani tifosi dell’Armani (perché ogni tifoso ha un padre), passando per grandi personaggi come Toni Cappellari ed Alberto Merlati (De Simone-Merlati-Burgess, il leggendario ‘Muro di Cantù’: scudetto 1967-68, con in campo un giovane Recalcati). Interessante è stato anche ascoltare i giudizi sul basket italiano da parte di chi non vedeva una sua partita da metà degli anni Ottanta. Era la stagione dell’ultimo urrah al Master Valentino Roma, con pagamento in pelliccie…
Senza andare ad analizzare le cause, di cui si è parlato mille volte, la realtà di Milano-Pesaro e di quasi tutte le altre partite professionistiche europee è evidente: una serie infinita di pick and roll, difese a uomo con qualche pennellata di match-up per far vedere la mitica mano dell’allenatore, ragazzi di 2,11 come Sakota che tirano solo da 8 metri (prendendoci anche, il suo terzo quarto è stato spaventoso), centri che non guardano il canestro, registi bravissimi tecnicamente ma portati a masturbare il pallone. Poi l’Armani era senza Acker e Petravicius, la ScavoSpar ancora con lavori in corso e comunque margine per schiodarsi dallo zero in classifica: tante altre spiegazioni per un match che è stato comunque avvincente e degno di essere visto. Prendiamo il tutto come fotografia di un movimento: dagli otto ultrà pesaresi ai trenta milanesi, nella tristezza di un ambiente che non riesce a ritrovare un’identità al di là di un’affluenza in ogni caso modesta per una metropoli. A meno che l’identità non sia quella di Pozzecco ‘uomo immagine’, fra una telecronaca e l’altra: immagine forse per l’Hollywood o per un basket che assomiglia ad una Nbdl con costi di gestione da piccola Nba. E’ il basket dei Branko Cvetkovic, paracadutato in campo appena dopo la firma: l’ala serba ha difeso discretamente su Mancinelli e Maciulis ma attaccato in modo imbarazzante, tirando con 1 su 10 tutte le volte in cui non ha commesso infrazione di passi. Otto squadre negli ultimi cinque anni barcamenandosi fra fallimenti tecnici e finanziari, un precario globalizzato del mondo odierno. Anche se l’ultima impressione inganna, perchè Cvetkovic è uno vero: nel giro della nazionale serba (di nascita sarebbe bosniaco), ha combinato buone cose più da guardiona che da ala e si è fatto notare nel Girona di un paio di stagioni fa arrivando da protagonista alla finale di Uleb Cup. Il punto non è però la qualità di Cvetkovic, ma il suo significato: tappabuchi per chi se lo può permettere, uomo senza ruolo fisso e senza grandi aspirazioni nel mercato sempre aperto. Evitando operazioni protezionistiche fuori tempo massimo o altri tipi di discriminazioni, basterebbe impedire i movimenti di mercato durante la stagione per avere un roster conosciuto almeno dai propri tifosi. Perché oltre agli agenti e magari anche a qualche dirigente in torta, ci sfuggono i beneficiari di tutto questo circo. Non gli allenatori, costretti a giocare con due giocatori affidabili in mezzo ad un mare di journeyman. Non i giocatori stessi, schiavi dell’ultima chiamata e di statistiche gonfiabili e gonfiate. Auguriamo a Cvetkovic di diventare una bandiera di Pesaro, ma sarà difficile. E non solo perché il suo contratto scade a giugno.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari

Una persona degna di fiducia ieri ci ha detto al telefono: ”E’ morto Red Robbins. Ho letto un suo ricordo sul New York Post, nell’articolo di Peter Vecsey. Ma scommetto che sul sito dell’Armani Jeans non c’è nemmeno la notizia”. Il nostro interlocutore aveva ragione, abbiamo visitato il sito e non abbiamo trovato nulla. Per la verità nemmeno oggi, almeno fino al momento in cui stiamo scrivendo. Niente sulle agenzie di stampa, che del resto vivono di sovvenzioni pubbliche e si concentrano sui tagli di nastro dell’assessore. Niente sui giornali, sportivi e non, con le eccezioni di una ‘breve’ sulla Gazzetta e su Superbasket. Eppure Austin ‘Red’ Robbins ha lasciato una traccia sia nella storia dell’Olimpia che in quella del basket pro americano: dopo il college a Tennessee sotto Ray Mears, nel 1966-67 fu infatti straniero di coppa (quello ‘totale’ era Steve Chubin) nel grande Simmenthal campione d’Europa in carica che avrebbe perso di un niente la finale con il Real Madrid. Poi nel 1975-76 straniero anche in campionato, in una stagione stranissima conclusa con la retrocessione del Cinzano (allenatore Pippo Faina, in campo anche Brumatti e Ferracini) in A2 e la vittoria in Coppa delle Coppe. In mezzo a queste due stagioni visse da protagonista quasi tutta la romantica e selvaggia storia della ABA, dalla fondazione (1967, appunto) alla penultima stagione (la lega si sarebbe sciolta nel 1976). New Orleans Buccaneers, Utah Stars, San Diego Conquistadors, Kentucky Colonels e Virginia Squires. Zero minuti nella NBA, nonostante fosse stato scelto dai Sixers. Era l’archetipo fisico del mazzolatore bianco, tanto amato a Milano, ma dotato anche di grande tecnica sia come quattro che come centro: eccellente rimbalzista (in otto stagioni ABA media partita di 10,5), buon difensore, attaccante sottovalutato (13,1 la media) nel 1972 fu anche un buon tiratore da tre punti in un’epoca in cui l’ala forte faceva di solito l’ala forte e absta. Anche se l’highlight della carriera rimane la prestazione in garasette delle finali del 1971, con la maglia degli Stars e compagni come Zelmo Beaty (uno dei grandi che aveva ‘tradito’ la NBA, che nel momento culminante si infortunò: infatti Red vinse il titolo da centro). Una decina d’anni da negoziante di articoli sportivi, una quindicina da responsabile vendite presso varie aziende e tre di lotta contro il cancro. Poi se ne è andato ai sessantacinque, lasciando la moglie Janie dopo 39 anni di matrimonio e tanti ex bambini ammiratori del suo coraggio. Al Salt Palace come al Palalido.

di Stefano Olivari
Nella storia del basket si sono visti parziali pazzeschi, facilitati dal fatto che nella parte di mondo senza salary cap (quasi tutto) le differenze anche fra squadre partecipanti allo stesso campionato sono enormi. Mai però avevamo sentito di un 25 a 0 al di fuori del settore giovanile.
Non tanto come parziale (siamo stati testimoni anche di cose peggiori: due anni fa in Supercoppa la Montepaschi realizzò un 44-3 contro la Benetton…) ma come risultato del primo quarto. E’ accaduto sabato scorso sul campo del Bosto Varese, serie C regionale (il sesto gradino del basket italiano partendo dall’alto), che ha iniziato male la sua partita contro il CMB Rho di Dante Gurioli. Ma male male male. Tanto che il primo quarto si è chiuso con 25 punti per la squadra in trasferta e zero per qualle di casa: per i varesini in questo quarto 18 azioni, con 0 su 12 al tiro (0 su 5 da tre), 9 palle perse, nessun tiro libero conquistato. Guardare le immagini per avere un’idea dell’accaduto (Link1 e Link2). Poi il Bosto si è ripreso ed ha giocato alla pari con gli avversari, perdendo ‘solo’ di 18 alla fine: top scorer Andrea Cappellari con 21 punti, una rarità per il CMB che di solito ha una buona distribuzione di minuti e punti. Quindi questo quarto da 25 a 0 può non essere record universale (a memoria sì, ma non conosciamo tutte le minors d’Italia e del mondo), ma probabilmente è record fra due squadre di pari livello: prima della partita Bosto e CMB avevano infatti entrambe 10 punti in classifica.

di Stefano Olivari
Carlo Recalcati ha quindi alla fine transato il suo contratto con la Nazionale, lasciando libero Meneghin di annunciare il successore sulla panchina azzurra. Il sondaggio tra gli addetti ai lavori dà la maggioranza a Pianigiani, mentre persone vicine a Petrucci riferiscono che il presidente del Coni farà l’impossibile per Sacripanti ed in ogni caso per non ‘senesizzare’ l’Italia cedendo sui passaportati e altre questioni non marginali: a costo di andare sul costoso Repesa, mentre non capiamo perché nemmeno si parli del semidisoccupato Boniciolli. Vedremo, intanto l’unica certezza è che purtroppo non c’è fretta. Inutile fare piani per un Mondiale a cui non parteciperemo, essendo usciti senza un vero perchè (non saranno stati i 500mila euro di gettone, meno dell’ingaggio annuale di Recalcati…) anche dalla lotta per le wild card turche. Qui volevamo solo esprimere il dispiacere per come si è chiusa la carriera di Recalcati, uno che ha vissuto da protagonista tutte le stagioni della pallacanestro italiana. Quella delle parrocchie (in senso letterale: cresciuto nel Pavoniano di Fratel Brambilla e di Arnaldo Taurisano), quella del boom degli anni Settanta (da straordinaria guardia a Cantù) e Ottanta (da allenatore emergente a Bergamo e Cantù), quella globalizzata dal post-Bosman ad oggi in cui i roster cambiano dalla sera alla mattina. Facendo benissimo in contesti dai soldi contati (a Reggio Calabria è un mito), in società storiche (Varese, con lo scudetto della stella: 1998-99) e in società che mai avevano raggiunto il grande traguardo (obbiettivo raggiunto a Bologna-Fortitudo 2000 e Siena 2004). La statistica dice che insieme Valerio Bianchini è l’unico allenatore italiano ad avere vinto il titolo in tre società differenti. In comune con il Vate Recalcati ha anche il fatto di avere vinto in un periodo storico ben circoscritto e di essere l’archetipo del player’s coach, cioè dell’allenatore che cavalca le caratteristiche individuali dei giocatori invece che imporgli un imprecisato ‘sistema’. Il paradosso è che quindi sarebbe stato l’ideale per l’Italia dei Bargnani, dei Belinelli, dei Gallinari, anche se i fatti hanno detto il contrario. Sarà il candidato naturale alla prima grande panchina che salterà, ma il meglio l’ha comunque già dato. La finale per il bronzo dell’Europeo 2003 basta secondo noi per consegnare la sua Italia alla storia, anche dimenticando l’argento olimpico ed i fallimenti seguenti.

L’angolo dei fatti nostri torna prepotente. Solo per annunciare, con mini-preavviso da rave party, che venerdì 20 novembre (sì, domani) alle 20 un gruppo di persone motivatissime si ritroverà a Milano. Non in San Babila o alle Colonne, come ai brutti tempi dei nostri fratelli maggiori, ma nel contesto più anni Ottanta (cioè cazzeggio assoluto) del 4-4-2 di via Procaccini. Non presenteremo libri perchè l’abbiamo fatto cinque mesi fa e ci è bastato per sei vite, non pubblicizzeremo iniziative di beneficienza perché ci sentiamo già buoni abbastanza, non modereremo dibattiti perché non siamo autorevoli. Però…però ci sarà Chuck Jura, in arrivo (speriamo) da Omaha, Nebraska, via Atlanta: ovviamente il noto problema ai computer di terra, molto grave proprio ad Atlanta, ha causato un ritardo ma Jura sarà lo stesso fra noi. Fino a notte risponderà a domande di ultraquarantenni, o peggio, imbolsiti ma non ancora sconfitti dalla vita e di giovani appassionati di storia del basket. Chi è a tiro e non rischia il divorzio è invitato, il rimanente 99% dovrà accontentarsi del nostro resoconto.




  • novembre: 2014
    L M M G V S D
    « mag    
     12
    3456789
    10111213141516
    17181920212223
    24252627282930
  • Io

  • Io

    Vorrei mettere qui le rubriche

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.